Chi è Dorothy?

Se l’uomo è padrone della propria vita, sovente, però, nasce il dubbio che sia un Ente sconosciuto a muovere le fila di tutto. È finita la guerra, Matteo conduce la vita dura e faticosa dei campi come i suoi padri, ma, malgrado ciò, è felice e appagato dagli affetti di cui è circondato. La famiglia e il lavoro sono tutto il suo mondo. Per un gioco del destino e senza averne alcuna colpa, è costretto a fuggire da Palermo e ad affrontare con la famiglia un lungo periodo di difficoltà e di umiliazioni. Stanco e senza speranza, intraprende un lungo e drammatico viaggio per l’America, fino a Ellis Island, l’isola delle umiliazioni, riservate ai miseri emigranti in fuga da terre ingrate. Matteo sbarca con la sua valigia di cartone, dove sono riposte le sue misere cose e la fame atavica con la quale ha convissuto da quando è nato, ma ha con sé una risorsa formidabile: la volontà determinata di conquistarsi l’esistenza dignitosa negatagli nella sua patria. Matteo diventerà un altro uomo, conoscerà la ricchezza e l’amore sensuale e spregiudicato di Dorothy.

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Commenti (4)

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  2. Giovanni

    Con fatica ripensò a quanto era successo e ne fu spaventata, guardò Matteo che dormiva accanto a lei e si stupì che fosse lo stesso uomo con cui aveva fatto due figli senza che lei ne conservasse coscienza di aver partecipato attivamente al loro concepimento. Tutte quelle emozioni nuove, erano state così intense e travolgenti che il ricordo ancora la scombussolava, e però non poteva fare a meno di chiedersi con sospetto cosa fosse successo a quel suo marito “americano” quella sera? Per un attimo provò un certo risentimento verso di lui, che per tanti anni le aveva nascosto quelle sensazioni così eccitanti e meravigliose. Ma da quando aveva imparato quel modo di fare l’amore, si chiese. E soprattutto, quelle cose che avevano fatto erano lecite tra marito e moglie o erano cose vastase. Si sentì smarrita e nello stesso istante pensò a quanto si sarebbe vergognata quando avrebbe dovuto confessare al prete cosa aveva fatto quella sera. Terrorizzata temette che anche il prete americano potesse essere come il parroco della chiesa dei Porrazzi, Padre Agostino, che per ogni peccato chiedeva tutti i minimi particolari per valutare, come diceva lui, l’entità della colpa, onde potere stabilire poi l’esatto numero di Pater e Ave e Gloria da assegnare come penitenza? Lei avrebbe trovato mai il coraggio di descriverli senza morirne di vergogna? E se alla fine lui le avesse chiesto: “Figliola, ma tu hai partecipato con intenzione mentre peccavate?” Lei avrebbe mai avuto il coraggio di confessargli che: “Si padre, e ne ho provato un godimento da impazzire.” Si rincuorò, pensando che, per fortuna sua, non era ancora ancora in grado di descrivere i peccati in quella lingua che le era sconosciuta.

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  3. Dony

    Era stato cresciuto per essere uomo e soprattutto considerato tale dalla comunità in cui viveva, la sua dignità non poteva esistere senza che ne ricevesse riscontro dagli altri. La maschera che rappresentava il suo “pupo”, quella maschera dietro la quale rimane ben celata la verità e l’essenza di ogni essere umano, era quella che egli si era costruita, e doveva necessariamente coincidere con il “pupo” percepito dagli altri. Per difendere la dignità di quel “pupo”, egli sarebbe stato disposto a sacrificare anche la sua vita. Il discorso fatto da Dorothy non lo assolveva per niente e, in ogni caso, anche a provarci, non riusciva a considerare quanto era successo come una banalità senza conseguenza alcuna. Nell’ambiente in cui si era formato, l’atto sessuale illecito, che coinvolgeva una donna sposata, offendeva gravemente e in maniera intollerabile l’onore del marito tradito e quello delle famiglie di entrambi i coniugi. L’offesa era tale che non ammetteva deroghe e solo il sangue degli adulteri avrebbe potuto lavare l’onore macchiato. Il delitto d’onore era un atto sacrale da consumarsi religiosamente, con passione e con i rituali che la tradizione richiedeva, e come tale, a volte accettato persino dalle stesse vittime. Non dovevano esserci tentennamenti, in quanto era l’unico atto in grado di restituire dignità e onore ai “pupi”. Dopo un tradimento femminile, per un marito, un padre o un fratello, sarebbe stato impossibile andare in giro a fronte alta, senza prima avere lavato l’onta. L’accettazione dell’offesa o il perdono dei fedifraghi non potevano essere presi in considerazione neppure per carità cristiana e neppure se, qualche volta, un amore sconfinato del marito, segretamente l’avrebbe concesso. Gli offesi dovevano adempiere a quei doveri morali (mores!) a cui la società li obbligava, altrimenti sarebbero stati espulsi dal suo seno. Chi non si piegava al cruento rituale sarebbe stato deriso, e al suo passaggio non sarebbe mancato un belato quale riconoscimento del titolo di cornuto contento, appellativo tra i più intollerabili in certi ceti della Sicilia. Fortunatamente le cose sono cambiate, e molta parte dell’onore dei siciliani, non trova più asilo sotto le gonne delle donne, che, tra l’altro, e a vantaggio di tutti, indossano sempre più spesso i pantaloni.

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  4. Elvira

    A Ellis Island non vi era alcuna umanità verso quegli esseri che sfilavano smarriti e che denunciavano senza veli e con drammaticità la miserabile condizione da cui provenivano. Una volta giunti a terra vennero smistati: uomini da una parte, donne e bambini da un’altra. Ad ogni separazione si levavano le grida disperate per opporsi a quel forzato smembramento; i bambini guardavano sbigottiti e terrorizzati dal gran fracasso provocato dal vociare convulso, irato e incomprensibile degli adulti. Stavano disperatamente attaccati alle vesti delle madri, nascondendovi i visetti sporchi e rigati di lacrime, cercando d’incrociare gli occhi dei genitori in cerca di protezione e sfuggire quelli dei poliziotti che gridavano anche loro. I mariti, stracarichi di bagagli, urtavano e spingevano senza riguardi chiunque si frapponesse tra loro e la propria famigliola. In quel clima di difficile sopportazione reciproca, quella massa maleodorante, stanca e avvilita, aveva perso quei segni di dignità e di reciproco rispetto, a cui erano pur adusi nei loro piccoli e arretrati paesi. Gli agenti di polizia, nati barbari da barbari, ignoranti delle origini e delle gloriose tradizioni di quella gente, negavano ad essa quell’umanità verso la quale la loro acerba civiltà avrebbe dovuto invece mostrare riconoscenza.

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