Vedi Napoli e poi muori Parte V

Caravaggio a Napoli presso il Museo di Capodimonte

Flagellazione di Cristo 1610

Salome’ con la testa del Battista 1610

San Giovanni Battista 1613

La Terzaghi ha ben spiegato i motivi della mostra e cioè innanzitutto la necessità di focalizzare l’attenzione sui 18 mesi di Caravaggio a Napoli. Il suo arrivo è documentato il 6 ottobre del 1606 e resta fino alla fine di giugno del 1607 , poi parte per Malta non credendo di restarci a lungo ma una serie di vicende lo trattengono e torna a Napoli solo nell’autunno del 1609. Trascorre in città i sei mesi che sono la fase più tragica della sua vita. Sappiamo della sua aggressione all’osteria del Cerriglio e da allora è un uomo doppiamente braccato: prima scappa dalla pena capitale la prima volta e poi pensa che da Malta i cavalieri gli vogliano fare del male. Aome cambia la sua pittura rispetto al contesto romano. Innanzitutto il suo soggiorno napoletano è caratterizzato dal suo rapporto stringente con il contesto locale. Non ha una sua bottega e si appoggia nella bottega di Finson e Vinck che erano due artisti fiamminghi allocati dal 1605 in zona dell’attuale piazza Carità. Sono loro che gli prestano delle tavole per dipingere. Per esempio il David di Vienna è fatto su una tavola di riuso.

Personaggio dal grande talento, Caravaggio, nella sua breve vita (morì a 39 anni), visse per due volte a Napoli sia nel 1606, quando vi rimase per un anno ai Quartieri Spagnoli, sia nell’ultimo periodo della sua attività, nel 1609, quando ritornò a Napoli rimanendovi fino al 1610 .

I suoi quadri sono stati realizzati tra il 1592 (prima opera conosciuta – “Ragazzo che monda un frutto” – conservata a Firenze) e il 1610 (ultima opera conosciuta – “Martirio di Sant’Orsola”, realizzata e conservata a Napoli) poche settimane prima della sua drammatica morte avvenuta a Porto Ercole. Tante delle sue magnifiche opere sono state realizzate in città nei due periodi in cui l’artista vi ha vissuto.

Le ceramiche al museo di Capodimonte

Real fabbrica di Capodimonte

Nel 1743 a Napoli, nei primi anni della nuova dinastia borbonica, il re Carlo e sua moglie, la regina Maria Amalia di Sassonia fondano all’interno della famosa Reggia di Capodimonte, oggi Museo, la Real Fabbrica dando inizio ad una tradizione che non è mai finita.[3] Tra i loro principali collaboratori si annoverarono il chimico belga Livio Ottavio Schepers e il decoratore piacentino Giovanni Caselli.

La porcellana che si produce in questa zona ha delle caratteristiche peculiari che la distinguono dalla porcellana nord europea. Nel sud Italia, infatti, non c’è il caolino; pertanto l’impasto si compone di una fusione di varie argille provenienti dalla cave del sud miste al feldspato. Ne deriva un impasto tenero dal colorato latteo, che renderà questa manifattura unica nella storia della porcellana.

La porcellana “tenera” infatti, durante la cottura si ritira di circa il 20%, e se da una parte si perdono dovizie di dettagli tipici della porcellana nord europea dall’altra ritroviamo uno stile inconfondibile pervaso da un’armonia strutturale naturalista.

Le figure di spicco in quegli anni sono lo scultore Giuseppe Gricci, il Giovanni Caselli ed il chimico Livio Vittorio Schepers che perfezionò la composizione dell’impasto.

La massima espressione dell’abilità plastica e pittorica degli artisti di Capodimonte è il Salottino di porcellana creato dallo scultore Giuseppe Gricci per la regina Amalia.

 

Mainifatture di Meissen

dal 1710 ad oggi

Museo di Capodimonte altre sale

Susanna e i vecchioni Andrea Malinconico 1660

Figura di Donna Antonio Petroni 1888

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