Teatro

Tchaikowski Beethoven Pomeriggi Musicali

Sab. 10 Aprile

Direttore  Alessandro Cadario

Violino Giuseppe Gibboni

Tchaikowski

Cocerto per violino e orchestra in re maggiore op. 35

Beethoven

Sinfonia n.3 in mib maggiore Op. %% “Eroica”

Alessandro Cadario
direttore e direttore ospite principale

Alessandro Cadario è Direttore Ospite Principale dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali dal 2016. Ha diretto nelle stagioni dei principali enti lirici e festival italiani e internazionali; ha diretto importanti orchestre, tra cui il Coro e l’Orchestra del Teatro Regio di Torino, l’Orchestra Filarmonica della Fenice, l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, l’Orchestra del Teatro Carlo Felice, l’Orchestra del Teatro Massimo di Palermo. Ha attirato l’attenzione di pubblico e critica nel 2014, in occasione del suo debutto alla Società del Quartetto di Milano e nel 2015 nella stagione dell’Opera di Firenze e del Teatro Petruzzelli. Sempre nel 2015 ha debuttato al Teatro alla Scala di Milano. Nel 2017 è stato scelto dalla Presidenza del Senato per dirigere il prestigioso concerto natalizio, trasmesso in diretta su RAI 1 dall’Aula del Senato e all’oggi, ha all’attivo collaborazioni con solisti come Mario Brunello, Alessandro Carbonare, Gautier Capuçon, Giovanni Sollima, Francesca Dego e Roman Simovic.

 

 

Giuseppe Gibboni

“Giuseppe Gibboni è uno dei talenti più straordinari che abbia conosciuto. Possiede un’intonazione perfetta, una tecnica strabiliante in tutti suoi aspetti, un suono molto affascinante e una musicalità sincera. Sono sicuro che avrà tutti i successi che merita.” (Salvatore Accardo)

Nato nel 2001, inizia lo studio del violino a tre anni con il padre. Si diploma a quindici anni con Lode e Menzione d’Onore presso il Conservatorio di Salerno. Studia con Salvatore Accardo e Pavel Berman. Ha partecipato a numerosi concorsi nazionali ed internazionali classificandosi sempre al primo posto (Crescendo Agimus Firenze, XXIII Concorso Internazionale Violinistico Postacchini, International Competition L. Kogan Bruxells, International Music Competition Dinu Lipatti). Ha ottenuto il terzo premio (primo non assegnato) al prestigioso Enescu International Violin Competition di Bucarest. Si è esibito come solista in sale prestigiose quali: Festival Al Bustan di Beirut; Sala Čhaikovskij di Mosca; Sala Royale del Conservatorio di Bruxelles. Nel 2016 ha vinto il programma di RAI Prodigi – La Musica è Vita. Ha inciso un CD con la casa discografica Warner Classics.

Suona un violino Giovanni Francesco Pressenda (1827).

 

 

Dirige Chung Myung-whun alla Scala.

Spettacolo in streaming meraviglioso. 31 marzo 2021 su rai 5.

In platea hanno sistemato, a debita distanza, gli archi poi su una gradinata i fiati ed i tamburi. I cantanti in fondo e nei parchi  il coro.

Prima volta che sento i musicisti del teatro, che hanno dato una prova eccezionale del loro talento. Eccezionale  il direttore Chung che ci ha regalato una superba performance. Credo sia il concerto piu’ bello al quale abbia assistito.

Programma:

Franz Joseph Haydn Sinfonia n. 44 in mi min. “Trauersinfonie” Hob. I/44

Allegro con brio

Menuetto

Adagio

Finale. Presto

Gioachino Rossini Stabat Mater

Cuius animam

Quis est homo

 

Pro peccatis

Eia, Mater

Sancta Mater

Fac ut portem

Inflammatus

Quando corpus

Amen

 

Rosa Feola, soprano

Veronica Simeoni, mezzosoprano

René Barbera, tenore

Alex Esposito, basso

Chung Myung-whun

 

Coro

Coro

Rene’ Barbera tenore

Rosa Feola soprano

Veronica Simeoni mezzosoprano

Alex Esposito basso

Profilo maestro Chung

Ha iniziato la sua carriera musicale come pianista, debuttando all’età di 7 anni con la Seul Philharmonic. Nel 1974ha vinto il secondo premio al concorso pianistico Čajkovskij di Mosca. Ha completato gli studi musicali alla Juilliard School di New York e nel 1978 è diventato assistente di Carlo Maria Giulini alla Los Angeles Philharmonic e poi direttore associato presso la stessa orchestra.

Dal 1984 al 1990 è stato direttore musicale dell’Orchestra della Saarländischer Rundfunk; dal 1987 al 1992direttore ospite principale del Teatro Comunale di Firenze; dal 1989 al 1994 direttore musicale dell’Opéra Bastille, dal 1997 al 2005 direttore principale dell’Orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia e nel 1999 della KBS Symphony Orchestra in Corea del Sud. Dal 2000, inoltre, ha assunto la direzione musicale dell’Orchestre Philharmonique de Radio France fino al 2015, dal 2001 al 2010 è Special Artistic Adviser della TokyoPhilharmonic Orchestra della quale dal 2011 è Direttore Onorario e dal 2005 della Seul Philharmonic Orchestra. Dal 2006 collabora costantemente con l’Orchestra Filarmonica della Scala di Milano e con l’Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia. Nella stagione 2012/2013 Myung-whun Chung è il Direttore Ospite Principale della Sächsische Staatskapelle Dresden.

Ha diretto le più prestigiose orchestre europee e statunitensi, fra cui i Berliner Philharmoniker, il Concertgebouwdi Amsterdam, la London Symphony Orchestra e la London Philharmonic, i Münchner Philharmoniker, l’Orchestre National de France e l’Orchestre de Paris, l’Orchestra Filarmonica della Scala, i Wiener Philharmoniker, la Boston Symphony Orchestra, la Chicago Symphony Orchestra, la Cleveland Orchestra, la New York Philharmonic e la Philadelphia Orchestra.

Nel 1985 dirige la prima esecuzione assoluta nel Saarländisches Staatstheater di Saarbrücken della Sinfonia n. 3 di Isang Yun.

Nel Metropolitan Opera House di New York dirige la ripresa di “Simon Boccanegra” di Giuseppe Verdi con Anna Tomowa-Sintow nel 1986Madama Butterfly con Leo Nucci nel 1988 e Don Carlo nel 1997.

Nel Teatro Comunale di Firenze dirige la ripresa di “Simon Boccanegra” con Maria Chiara e Giorgio Zancanaronel 1988 e la prima rappresentazione di “La leggenda dell’invisibile città di Kitež e della fanciulla Fevronija” di Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov con Sara Mingardo nel 1990.

Nel Teatro alla Scala di Milano dirige un concerto con Salvatore Accardo trasmesso su Retequattro e tre con l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino nel 1989, altri concerti nel 1990, un concerto nel 1991, un concerto con Shlomo MintzLady Macbeth del Distretto di Mcensk, un concerto di Cecilia Bartoli nel 1992, un concerto nel 1993, suona inoltre nel Trio Chung, come pianista, insieme alle sorelle Kyung-wha Chung (violino) e Myung-wha Chung (violoncello) in un concerto nel 1994, un concerto con la Philharmonia OrchestraSalomè (opera) e tre concerti nel 1995, due concerti con Thomas Allen con musiche di Gustav Mahler nel 1996, due concerti nel 1997, due concerti con Stanislav Bunin nel 1998, tre concerti con Alexander Toradze con musiche di Rachmaninov nel 1999, quattro concerti nel 2000, un concerto al Teatro degli Arcimboldi nel 2003, un concerto agli Arcimboldi nel 2004, un concerto nel 2005, un concerto nel 2006Madama Butterfly con Fiorenza Cedolins ed un concerto con la London Symphony Orchestra nel 2007, un concerto con Vadim Repin ed il Concerto di Natale trasmesso da Rai 1Idomeneo (opera) ed infine un concerto nel 2009.

Nel Teatro La Fenice di Venezia dirige due concerti nel 1989, suona inoltre nel Trio Chung, come pianista, insieme alle sorelle Kyung-wha Chung (violino) e Myung-wha Chung (violoncello) in un concerto nel 1991 ed uno nel 1994, dirige un concerto nel 1995, la Sinfonia n. 3 (Mahler) nel 2003 e la Sinfonia n. 7 WAB 107 di Anton Bruckner nel 2007. Nell’estate 2013 dirige Otello (Verdi) nel Palazzo Ducale (Venezia) in un allestimento esclusivo del Teatro La Fenice con Coro e Orchestra del Teatro veneziano con Gregory KundeLucio GalloCarmela Remigio ed Antonio Casagrande e nel 2014 Simon Boccanegra con Giacomo PrestiaMaria Agresta e Francesco Meli trasmessa da Rai 5.

Artista esclusivo della Deutsche Grammophon dal 1990, le sue numerose incisioni hanno spesso ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti della critica musicale.

La sua discografia include, tra l’altro, una serie dedicata alla musica sinfonica di Dvořák, realizzata con i Wiener Philharmoniker, ed una dedicata alla musica sacra con l’Orchestra di Santa Cecilia.

Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti per la sua attività artistica, tra cui, in Italia, il Premio Franco Abbiati della Critica Musicale Italiana e il Premio Arturo Toscanini. Nel 1991 è stato nominato “Artista dell’anno” dall’Associazione dei Teatri Francesi e l’anno dopo, nel 1992, il governo francese gli ha conferito la Legion d’Onore per il contributo dato all’Opéra di Parigi. Nel 1995 è stato insignito tre volte del Premio “Victoire de la Musique” e nel 2002 è stato nominato accademico onorario dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Parallelamente alla sua attività musicale, Myung-whun Chung è impegnato in iniziative di carattere umanitario e di salvaguardia dell’ambiente. Dal 1992 è Ambasciatore per il Drug Control Program alle Nazioni Unite (UNDCP). Nel dicembre 1995 è stato nominato Man of the year dall’UNESCO e nel 1996 il governo della Corea gli ha conferito il Kumkuan, il più importante riconoscimento in campo culturale del suo paese. Attualmente ha l’incarico di Ambasciatore onorario per la cultura per la Corea, il primo nella storia del governo del suo paese.

Nel 1992 dirige la ripresa nel Teatro alla Scala di Milano di “Lady Macbeth del Distretto di Mcensk” di Dmitri Dmitrievich Shostakovich.

Nel 1997 dirige Otello al Royal Opera House di Londra.

Nel 2001 dirige Tannhäuser (opera) all’Accademia nazionale di Santa Cecilia.

Nel 2002 dirige l’inaugurazione a Roma della Sala Grande del nuovo Auditorium Parco della Musica con un concerto.

Nel 2005 dirige musiche di Beethoven al Teatro Massimo di Palermo.

Al Wiener Staatsoper nel 2011 dirige Simon Boccanegra con Fiorenza Cedolins, nel 2013 Tristan und Isolde e nel 2014 Tannhäuser.

Nel 2012 dirige la Boheme con Vittorio Grigolo e Inva Mula a Orange. All’Arena di Verona e nel cortile di Palazzo Ducale a Venezia dirige nel 2013 la Messa di Requiem di Verdi, dirigendo una compagina formata dalle orchestre e dai cori dell’Arena di Verona e del Teatro La Fenice, nell’anno del bicentenario verdiano e del centenario del festival lirico e Tristan und Isolde a Tokyo.

Nel 2014 dirige Otello con Roberto Alagna nel Teatro romano di Orange.

Nel 2016 dirige la Sinfonia No.9 di Beethoven nell’Open Air Theatre di Milano Expo.

Il 26 maggio 2017 dirige l’Orchestra filarmonica della Scala al Concerto in onore dei Capi di Stato e di Governo e delle Delegazioni Ufficiali partecipanti al vertice G7 di Taormina nel Teatro Greco.

Il 1º gennaio 2020 è chiamato nuovamente a dirigere per il terzo anno consecutivo il tradizionale concerto di capodanno del teatro La Fenice di Venezia.

 

 

Mozart Haydn Pomeriggi musicali

Mozart Sinfonia n 39 K 543 Il Canto del Cigno

Haydn Sinfonia 104 “Salomon”

Direttore Diego Fasolis

Coro della RTV Lugano

Orchestra I Pomeriggi Musicali

Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791)
Sinfonia n. 39 in mi bemolle maggiore “Schwanengesang” (Canto del cigno), K 543

  1. Adagio, Allegro (mi bemolle maggiore)
  2. Andante con moto (la bemolle maggiore)
  3. Minuetto e trio. Allegretto (mi bemolle maggiore)

 

Franz Joseph Haydn (1732 – 1809)
Sinfonia 104  in re maggiore “Salomon” Hob: I:104

  1. Adagio (re minore); Allegro (re maggiore)
  2. Andante (sol maggiore)
  3. Minuetto. Allegro (re maggiore) e Trio (si bemolle maggiore)
  4. Finale: Spirituoso (re maggiore)

 

I due titoli in programma rappresentano il congedo dei rispettivi Autori, i massimi sinfonisti del Settecento, dalla composizione più ambiziosa elaborata dal loro secolo per l’orchestra. Se nel caso di Haydn si tratta propriamente del titolo estremo d’una lunga serie, la sinfonia di Mozart è il primo e meno noto pannello della grande trilogia (completata dalla Sinfonia in sol minore K. 550 e dalla «Jupiter» K. 551, quest’ultima altrettanto in programma in questa stagione) con cui il compositore trentaduenne saldò precocemente i conti con il genere sinfonico nell’estate 1788. Due congedi, scevri tuttavia di qualsiasi malinconia, anzi vibranti di luce ed energia, capaci di dar vita a un brillante teatro sonoro, e perfettamente coerenti nelle analogie tra i rispettivi primi tempi preparati da un’introduzione lenta, e nell’invenzione trascinante dei Finali. Si comincia con l’esito estremo del sinfonismo haydniano, quella Sinfonia n. 104 con cui il supremo fautore del genere nel Settecento coronò, col dodicesimo lavoro composto per Londra («The 12th which I have composed in England», recita l’autografo, insieme alla precisazione in italiano «di me giuseppe Haydn mpria [manu propria] 795 London»), quasi quarant’anni di scrittura sinfonica e insieme un intero lustro di soggiorni in Inghilterra. Destinata al nuovo, eterogeneo e vasto pubblico delle sale da concerto, diretta trionfalmente dall’Autore stesso il 4 maggio 1795 nell’ultimo concerto a beneficio del compositore, cui fruttò ben 4000 fiorini, l’ultima sinfonia di Haydn maschera la sapiente complessità costruttiva (le relazioni fra i temi, ad esempio) con un’eloquenza estroversa e solenne che chiama in causa l’orchestra classica nel suo organico pieno, completo di clarinetti, trombe e timpani. L’ascoltatore vi viene introdotto attraverso il portale d’un Adagio in re minore, meditazione severa non distante nei suoi paramenti a lutto dal capolavoro quaresimale delle Ultime parole di Cristo sulla Croce. E tuttavia è proprio da questo clima contrita che scaturisce per contrasto – con un capovolgimento modale Re minore / Re maggiore analogo a quello che otto anni prima aveva caratterizzato l’ouverture del Don Giovanni di Mozart – l’impeto del primo, fondamentale tema del complesso Allegro. Questa prima grande pagina sinfonica cederà il passo di volta in volta alla serenità d’un Andante tripartito che sottopone a variazioni un tema minimalista, a un Minuetto vivificato da un Trio non ignaro di contrappunto, per concludersi con un Finale Spirituoso che, su un memorabile bordone di corni e violoncelli, esalta un temino popolaresco derivato da una ballata croata, pietra angolare d’un edificio sonoro raramente concepito in termini tanto grandiosi come compimento d’una sinfonia.

Forse scritta per un’ipotetica occasione concertistica che probabilmente non si realizzò, la Sinfonia in Mi bemolle maggiore K. 543, compiuta il 26 giugno 1788, coniuga in termini altamente originali la grandiosità d’un disegno di neoclassico nitore, dal carattere spiccatamente pubblico e dall’eloquenza immediata e aperta, con i tratti più raffinati di uno stile maturo dedito a un ideale artistico personale, appartato rispetto ai gusti della committenza. Un ideale di bellezza apollinea straordinariamente remoto dalla situazione contingente in cui versavano le sorti del compositore, ormai lontano dall’effimero idillio con la società viennese che l’aveva illuso pochi anni prima. Un solenne Adagio cerimoniale di teatrale drammaticità accoglie anche qui l’ascoltatore con quella nobile, quieta semplicità associata presso Mozart, nei concerti per pianoforte come nel Don Giovanni e nel Flauto magico, alla tonalità di Mi bemolle maggiore. In questa introduzione tripartita si assiepano, cifra inconfondibile dello stile tragico, austeri ritmi puntati e sciabordate violente degli archi, mentre ai fiati spetta insidiare la serenità dell’armonia. Da questo sfondo austero sorge alato il primo tema dell’Allegro, affidato alle corde dei violini I, fino all’esplosione dell’intera orchestra in uno slancio sinfonico dall’empito eroico. Il II tema vive di una delicatezza quasi estenuata, suddiviso tra un oscillante nastro di crome dei violini e la risposta per note ribattute dei legni. L’Andante con moto in La bemolle maggiore si offre all’ascolto come una creatura dal volto enigmatico, una settecentesca figura velata. Nella calma d’un ritmo di marcia trasfigurato lievita insensibilmente il tema esposto ai violini. In questa forma sonata priva di Sviluppo, il secondo tema, in drammatico fa minore, si materializza nel dialogo tra coppie di fiati, viole e bassi nell’atmosfera sinistra stabilita dal tremolo dei violini. Nella Ripresa, affidata all’orchestra al completo, Mozart introduce una modulazione del tutto imprevista nella tonalità remota di Si maggiore. Il Menuetto (Allegretto) è costituito un tempo di danza di respiro sinfonico grandioso, che alterna la compattezza dell’orchestra piena con la delicatezza della scrittura per soli archi. Il Trio propone il tenero incanto dei legni, perforato a due riprese la melodia popolaresca del clarinetto, prima della canonica ripresa del Menuetto. Il Finale (Allegro) è affidato a una memorabile, magnifica invenzione di haydniana levità: un agilissimo tema giocoso che crepita sotto la pelle, esposto dai soli violini I con l’accompagnamento dei II, ma ben presto raccolto e amplificato dall’orchestra al completo. Una cadenza fragorosa lascia il passo, in questa fittizia forma sonata (di fatto monotematica), a un sedicente II tema, costituito in realtà dalla semplice trasposizione del I in Si bemolle, proposto dai violini col discreto contributo dei legni. La Ripresa, che recluta fin dall’inizio i fiati, ribadisce l’appartenenza alla regione di Mi bemolle dell’unico tema ubiquo cui spetta, immancabilmente, l’ultima parola.

Raffaele Mellace

 


Diego Fasolis
direttore

Riconosciuto nel mondo come uno degli interpreti di riferimento per la musica storicamente informata, unisce rigore stilistico, versatilità e virtuosismo. Ha studiato a Zurigo, Parigi e Cremona, conseguendo quattro diplomi con distinzione. Ha iniziato poi la sua carriera come concertista d’organo, eseguendo più volte l’integrale di Bach, Mozart, Mendelssohn, Liszt.

Nel 1993 è stato nominato Direttore stabile dei complessi vocali e strumentali della Radiotelevisione svizzera. Dal 1998 dirige I Barocchisti, ensemble con strumenti storici da lui fondato insieme alla moglie Adriana Brambilla, prematuramente scomparsa, alla quale ha dedicato nel 2013 una Fondazione benefica per il sostegno di giovani musicisti. Ha collaborato con Cecilia Bartoli in registrazioni audio e video e importanti tournée internazionali.

Nel 2016 la Scala gli ha affidato la creazione di un’orchestra con strumenti originali, che ha diretto nel Trionfo del Tempo e del Disinganno. Sempre nel 2016 ha raccolto l’eredità di Nikolaus Harnoncourt, eseguendo tre volte la Sinfonia n. 9 di Beethoven al Musikverein di Vienna.

Nel 2011 Papa Benedetto XVI gli ha conferito un dottorato honoris causa per il suo impegno nell’interpretazione di musica sacra.

Vanta un’imponente discografia comprendente più di cento titoli con cui ha ottenuto numerosi dischi d’oro nomination ai Grammy Awards.

 

 

Mozart Pomeriggi musicali

Sabato 27 febbraio 2021

Direttore Alessandro Bonato

Clarinetto Marco Giani

Concerto per clarinetto e orchestra K622

Sinfonia n.38 “Praga”.

Davvero superba la performance del clarinettista Marco Giani.

Marco Giani

Clarinetto

Primo clarinetto dei Pomeriggi Musicali di Milano, si è diplomato con il massimo dei voti e lode con Nicola Bulfone, e poi laureto con Luigi Magistrelli. Vincitore in numerosi Concorsi Nazionali e Internazionali, si è inoltre distinto al prestigioso Concorso Internazionale ARD di Monaco 2012.In qualità di solista si è esibito con importanti orchestre quali: Münchener Kammerorchester (ARD), Kapelle Dresden Solisten, Deutsche Staatsphilharmonie Rheinland-Pfalz, I Pomeriggi Musicali, Staatskapelle Halle, e importanti direttori fra cui: Weller, Branny, Rustioni, Altstaedt, Calderon, Caballé-Domenech.Marco Giani ha suonato in alcune fra le più importanti sale concertistiche in Europa, Canada e USA: Musikverein di Vienna, Semperoper di Dresda, Konzerthaus Berlin, Teatro San Carlo di Napoli, Louise M. Davies Symphony Hall di San Francisco, Toronto Roy Thomson Hall, Carnegie Hall di New York. Ha collaborato con numerose orchestre italiane e straniere sotto la direzione di Metzmacher, Gatti, Muti, Sanderling, Eschenbach, Zacharias, von Dohnanyi, Gergiev. Nel 2014 ha pubblicato con Naxos 2 CD dedicati a Ernesto Cavallini.

Pomeriggi Musicali Dal Verme 06/2/2021

Maestri della sintesi
Stravinskij, Dumbarton Oaks
Kodaly, Nyáry Este (Sera d’estate)
Mozart, Sinfonia n. 41 in do magg. K 551 “Jupiter”

Direttore: Ryan McAdams
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Note di sala

Igor Stravinskij (1882-1971)
Concerto in Mi bemolle maggiore “Dumbarton Oaks”

I: Tempo giusto
II: Allegretto
III: Con moto

Zoltan Kodály (1882-1967)
Nyáry este (Sera d’estate) IZK 28

Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791)
Sinfonia n.41 in do maggiore, K551 “Jupiter”

I: Allegro vivace
II: Andante cantabile
III: Menuetto: Allegro
IV: Molto allegro


Maestri della sintesi

Due dei tre lavori in programma, opera di figure chiave della nostra civiltà musicale, Mozart e Stravinskij, si prefiggono un obiettivo ambizioso: una riflessione sull’identità culturale della musica europea. Entrambi mettono infatti a confronto la parola del singolo con la tradizione da cui questi deriva, facendo così emergere tutta l’individualità di scrittura e il mondo espressivo di questi grandi autori. Commissionato dai mecenati Robert e Mildred Woods Bliss per celebrare il 30° di matrimonio, il Concerto in Mi bemolle maggiore per orchestra da camera – composto in Francia nel 1937/38 e diretto a Washington l’8 maggio 1938 da Nadia Boulanger (con l’Autore in Europa a curare la tubercolosi) – prende il nome dalla tenuta della coppia, Dumbarton Oaks, Distretto di Columbia, dove Stravinskij era stato ospite. Non è però la natura il riferimento fondamentale bensì la storia della musica: in particolare i Concerti brandeburghesi di Bach, di cui la partitura moderna vuole costituire un omaggio e un omologo. Lo denunciano lo spirito cameristico e concertante, sin dalla selezione di 15 strumenti (3 legni, 2 corni e 10 archi) che richiama la concezione della raccolta bachiana, intitolata in origine «concerts avec plusieurs instruments»; la sonorità primosettecentesca (sola eccezione il clarinetto); la ripresa, già praticata da Hindemith, dell’inesorabile meccanismo motorio dei tempi estremi; l’adozione, sin dall’attacco, dell’euforico ritmo anapestico (due brevi in levare, una lunga accentuata in battere), in Bach simbolo festivo. Non ne discende un pastiche né a un falso, bensì una partitura originale in cui, sulla scorta dell’estetica neoclassica discussa nel concerto del 14/16 gennaio per Pulcinella, il conflitto tra antico e moderno risulta in un sapore asprigno, convivenza paradossale e vitalissima di linee melodiche aguzze, contrasti metrici, accenti fuori sede: insomma, un’«asprezza cubista» (Giorgio Pestelli). Non manca lo spazio, come spesso in Stravinskij, per l’umorismo, la cui sede parrebbe l’Allegretto centrale, che nel disegno melodico esitante sembra rievocare un memorabile motto verdiano («Se Falstaff s’assottiglia»).

Fa invece i conti con l’espressione in presa diretta del sentimento il poema sinfonico Sera d’estate di Zoltán Kodály, scritto a 23 anni e presentato il 22 ottobre 1906 a Budapest. Debutto del compositore, poi anche grande etnomusicologo e didatta, nell’agone sinfonico, gli ottenne una borsa di studio per proseguire gli studi all’estero. Accantonato, venne ripreso nel 1929, quando fu rivisto dall’autore e dedicato a Toscanini, che lo diresse nel 1930 con la New York Philarmonic Orchestra. Kodály ne parlava, laconicamente, così: «Il titolo significa soltanto che il lavoro è stato concepito nelle sere d’estate, tra i campi di grano tagliato di recente, ascoltando il mormorio delle onde dell’Adriatico». Un ritratto dell’io dell’artista, dunque, più che non del paesaggio circostante. Composto in forma sonata, con classico senso dell’equilibrio, per un’orchestra ridotta, in una scrittura tardoromantica che accoglie elementi folklorici pentatonici estranei al sistema tonale, spalanca uno spazio sonoro evocativo già dall’apertura affidata alla melopea incantatoria del corno inglese, voce che rimarrà, con il flauto e tutta la sezione dei legni, costantemente in primo piano.

Non occorre il nomignolo di “Jupiter”, forse coniato dall’impresario Johann Peter Salomon, per individuare nell’ultima sinfonia mozartiana, completata il 10 agosto 1788, il valore di summa di un’intera esperienza compositiva, l’estremo contributo, benché a tre anni e 80 numeri di catalogo dalla scomparsa del compositore, al genere che Beethoven avrebbe consacrato come il più illustre della musica assoluta. Sintesi suprema di esperienze musicali, culturali ed esistenziali, la Jupiter lo è in sommo grado, con la sua perfetta convivenza di solenne e intimo, serio e faceto, dotto e cordiale, in un organismo che cela miracolosamente le giunture al punto da convincere l’ascoltatore che il fluire d’un linguaggio nel suo opposto sia naturale (anzi naturalissimo, chioserebbe Figaro). Si considerino solo due esempi: l’insinuarsi a sorpresa, nel grandioso I tempo (il cui assertivo attacco all’unisono è esaltato dalle terzine di semicrome ascoltate nello scorso concerto nella Sinfonia K. 318), di un petulante terzo tema, non indispensabile eppure poi fondamentale nello sviluppo e nella coda, tratto dall’aria per basso Un bacio di mano K. 541 che Mozart aveva scritto per l’opera buffa di Anfossi Le gelosie fortunate, in scena quell’anno a Vienna. La citazione, corrispondente ai versi «Voi siete un po’ tondo, / mio caro Pompeo; / l’usanze del mondo / andate a studiar», fa precipitare il livello stilistico, animando in compenso l’ambiziosa architettura sinfonica col bonario cicaleccio del teatro giocoso più alla moda: quasi l’irruzione, scrive Carli Ballola, d’«un Eros fanciullo sorpreso a strappare le penne dell’aquila» di Giove. All’altro capo della sinfonia, il tema che inaugura il Finale risale per li rami a un antico soggetto gregoriano, dal Magnificat del terzo tono, impiegato per secoli, anche da Mozart (nel Credo della Missa brevis K. 192), che qui lo colloca alla base di un tempo sì in forma sonata, ma innervato, tramite il ricorso ai procedimenti della fuga, d’un tale tasso di polifonia da proporre la combinazione in contrappunto multiplo di ben cinque idee tematiche, in una sintesi inedita tra aggiornato linguaggio sonatistico e antico e venerando magistero polifonico. Con la Jupiter Mozart non ci offre però solo un capolavoro di abbacinante, mirabile ingegneria compositiva risultante in una «grandiosa apoteosi, paragonabile a un vertiginoso trionfo tiepolesco» (Massimo Mila), ma eleva un messaggio tutto interiore di serena, olimpica utopia che trascende le sofferenze umane: il messaggio che troverà nel Flauto magico, sul limitare della morte, il sigillo definitivo.

Ryan McAdams
direttore d’orchestra

Ryan McAdams si sta velocemente affermando come uno dei direttori più versatili ed interessanti della sua generazione. Ugualmente apprezzato come direttore sinfonico, operistico e di musica contemporanea, nella stagione 2019/20 è tornato a collaborare con il Ravello Festival e con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI. Nell’autunno 2019, ha diretto la produzione di Les pêcheurs de perles per il Teatro Regio di Torino. Nella stagione 2020/21 dirigerà in Italia la Filarmonica del Teatro Comunale di Bologna, l’Orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano, di nuovo l’Orchestra Sinfonica Nazionale RAI e l’Orchestra Sinfonica Siciliana di Palermo. Grande sostenitore della musica contemporanea, Ryan McAdams è stato il direttore d’orchestra per il 103° anniversario della nascita di Elliott Carter al 92Y con Fred Sherry e Nicholas Phan – un concerto che è stato menzionato come uno dei migliori eventi di musica classica del 2011 dal New York Times; ha inoltre diretto in Irlanda la première dell’opera Il Secondo Violinista di Donnacha Dennehy, prima di portare la produzione al Barbican di Londra. Ryan McAdams ha studiato alla Juilliard School e all’Indiana University. È stato il primo vincitore assoluto del Sir George Solti Award come miglior direttore d’orchestra emergente e dell’Aspen-Glimmerglass Prize nella sezione operistica

Europa,volti di una tradiziione

Pomeriggi Musicali Dal Vermo 30 gennaio 2021

Il genio in erba
Rossini, Sinfonia in Re maggiore “Del Conventello” per orchestra
R. Strauss, Concerto per violino op. 8
Bizet, Sinfonia in do maggiore GB 115

Direttore: Carlo Boccadoro
Violino: Pavel Berman
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Note di sala

Gioachino Rossini (1792 – 1868)
Sinfonia in Re maggiore “Del Conventello” per orchestra

Richard  Strauss (1864-1949)
Concerto per violino op.8
I: Allegro
II: Lento, ma non troppo
III: Rondo: Presto

Georges Bizet (1838-1875)
Sinfonia in do maggiore GB 115
I: Allegro vivo
II: Adagio
III: Menuetto
IV: Allegro vivace


Il genio in erba

La musica oggi in programma è un ritratto della gioventù, composta com’è da due promettenti diciassettenni e da un terzo autore comunque assai giovane. Pur essendone allora ignari, erano tutti avviati verso un futuro luminoso, le cui tracce siamo invitati a cercare in queste brillanti prove giovanili.

Diciassette anni aveva Richard Strauss quando, nel 1881, mise mano al Concerto per violino in re minore op. 8. Ancora studente a Monaco, nel capoluogo bavarese aveva ottenuto quell’anno i primi riconoscimenti pubblici, con l’esecuzione in sedi prestigiose del Quartetto in La maggiore e della Sinfonia in re minore. Trascorsa parte dell’estate 1882 a Bayreuth con il padre, primo corno al debutto del Parsifal, il 5 dicembre di quell’anno il compositore in erba presentava la sua nuova creatura a Vienna, dove si trovava per una tournée, accompagnando al pianoforte il dedicatario del concerto, Benno Walter, in una riduzione per violino e pianoforte in cui, secondo gli usi dell’epoca, il concerto ebbe una buona circolazione. Favorevolissima, d’altra parte, fu l’accoglienza della stessa “prima” viennese, in occasione della quale il severo critico Eduard Hanslick indicò nel ragazzo «un talento poco ordinario». Naturalmente la scrittura del giovane Strauss – il futuro autore dei poemi sinfonici, sommo operista e liederista – reclama però la grande orchestra romantica, come dichiara sin dall’attacco l’articolata introduzione all’Allegro d’apertura di questa partitura imponente. Analogamente al Concerto per violino, anch’esso in re minore, composto dal tredicenne Mendelssohn esattamente sessant’anni prima (lo si ascolterà il 4 e 6 marzo), si tratta del saggio sontuoso di un talento straordinario che si esprime sul terreno della grande forma, navigando opportunamente lungo la costa, al riparo dei modelli su cui si è formato. In questo caso i modelli, per lo studente cresciuto alla scuola classicista monacense (l’incontro con Wagner non è all’epoca ancora avvenuto), i modelli non possono essere che classici e, tra i romantici, i “classicisti” Mendelssohn, quello del Concerto maggiore per violino, l’op. 64 (anch’esso in programma il 4 e 6 marzo), e Brahms. Nella tonalità in cui aveva già composto nel 1880 la citata Sinfonia, il diciassettenne Strauss costruisce la vasta architettura d’un concerto a regola d’arte, che contempera la grandiosità dell’Allegro, il quieto lirismo del Lento ma non troppo in sol minore e l’estroverso, brillante virtuosismo del Rondò. Prestissimo.

Bizet compose la Sinfonia in Do maggiore a Parigi nell’autunno 1855, all’indomani del diciassettesimo compleanno e pochi mesi dopo la “prima” all’Opéra dei Vespri siciliani. Non il romanticismo verdiano è però il riferimento del talento in erba, bensì il mondo sonoro del classicismo viennese, filtrato attraverso Mendelssohn e Gounod, di cui Bizet aveva appena trascritto la Sinfonia in Re maggiore. Rimasto inedito e ignoto fino al 1935, il lavoro nulla ha dell’esercizio in un sinfonismo che Bizet percepiva come poco congeniale: è piuttosto un gioiello di romanticismo aurorale, d’un protoromanticismo ignaro di tensioni insolubili, ingenuo in senso schilleriano: una “voce” che potrà ricordare quella di Schubert, con cui non ha relazioni se non, fondamentale, la derivazione dai classici. La frequentazione con Haydn Mozart e Beethoven è evidente nel I tempo (si notino in tutta la sinfonia le indicazioni agogiche, volte alla massima brillantezza, Allegro vivo o vivace, compensate dal lirismo dell’Adagio), un condensato d’energia caratterizzato da un tema perentorio dominato da una formula ritmica poi pervasiva (alla Beethoven, tre note appena), che assicura uno slancio controbilanciato dall’alata cantabilità del II tema. Dal suggestivo, indugiante avvio dell’Adagio sboccia la melopea dell’oboe, le cui inflessioni esotiche lasciano brevemente il campo a un più franco élan romantico, prima che s’inneschi un fugato a quattro voci su un soggetto scherzoso, parente nel profilo melodico del I tema dell’Allegro vivo d’apertura. Si apprezzi, nella mirabile ingegneria di questa costruzione equilibratissima (parto “ingenuo” dell’efebo, ma al contempo architettura sonora sapientissima), l’adozione di strategie che compensino la tensione verso quel parossismo energetico che infiammerà la Carmen vent’anni esatti più tardi: andranno interpretate in questo senso la presenza, nello Scherzo (Allegro vivace), di un’ampia melodia ai violini da eseguirsi piano con molta espressione; il pesante bordone di viole e violoncelli su cui il clarinetto, il corno e poi l’oboe intrecciano un rustico Ländler nel Trio dello stesso Scherzo; infine, l’affiorare, in quel meccanismo a tamburo battente che è l’Allegro vivace conclusivo, d’un tema cantabile dall’afflato lirico.

Raffaele Mellace

Carlo Boccadoro

Carlo Boccadoro
Carlo Boccadoro ha studiato al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano dove si è diplomato in Pianoforte e Strumenti a Percussione. Nello stesso istituto ha studiato Composizione con diversi insegnanti, tra i quali Paolo Arata, Bruno Cerchio, Ivan Fedele e Marco Tutino. Dal 1990 la sua musica è presente in importanti stagioni concertistiche e sale da concerto tra cui: Teatro alla Scala, Biennale di Venezia, Bang On A Can Marathon di New York, Orchestra Filarmonica della Scala, Gewandhaus di Lipsia, Aspen Music Festival, Monday Evening Concerts (Los Angeles), Detroit Symphony Orchestra, Musikverein di Vienna, Salle Pleyel di Parigi, Teatro La Fenice di Venezia, Barbican Centre di Londra, Alte Oper di Francoforte, Festival di Lucerna, Concertgebouw di Amsterdam, National Concert Hall Dublin, Royal Academy di Glasgow, Maggio Musicale Fiorentino, Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, Filarmonica ‘900 del Regio di Torino, I Pomeriggi Musicali, Orchestra Giuseppe Verdi di Milano, Arena di Verona, Festival MITO, Unione Musicale di Torino; Mittelfest di Cividale del Friuli; Tiroler Festpiel; Società del Quartetto di Milano, Festival Bolzano Danza, Settimane Musicali di Stresa; Teatro Comunale di Bologna; Ferrara Musica, Aterforum, Orchestra Arturo Toscanini dell’Emilia Romagna, Teatro Regio di Parma; Orchestra della Toscana; Cantiere Internazionale D’Arte di Montepulciano; Accademia Filarmonica Romana; RomaEuropa Festival, Teatro Massimo di Palermo; Teatro Comunale di Cagliari, e molti altri. Ha collaborato con artisti provenienti da mondi molto diversi, tra i quali Riccardo Chailly, Omer Meir Wellber, Gianandrea Noseda, John Axelrod, Franco Battiato, Luca Ronconi, Gavin Bryars, David Lang, Enrico Dindo, Lu Ja, Antonio Ballista, Donald Crockett, James MacMillan, Vicky Ray, Evan Ziporyn, Bruno Canino, Marcello Panni, Eugenio Finardi, Domenico Nordio, Mario Brunello, Enzo Cucchi, Gianluigi Trovesi, Gianni Coscia, Federico Maria Sardelli, Giovanni Mancuso, Giuseppe Albanese, il duo Pepicelli, Roberto Prosseda, Claudio Bisio, Moni Ovadia, Andrea Lucchesini, Ars Ludi, Bruno Casoni, Danilo Rossi, Emanuele Segre, Fabrizio Meloni, Valerio Magrelli, Giovanni Sollima, Pietro De Maria, Lina Sastri, Abdullah Ibrahim, Jim Hall, Paolo Fresu, Maria Pia De Vito, Mauro Negri, Paolo Birro, Bebo Ferra, Glauco Venier, Roberto Dani, Andrea Dulbecco, Paolino Dalla Porta, Emanuele Cisi, Furio Di Castri, Chris Collins. Nel 2001 è stato selezionato dalla Rai per partecipare alla Tribuna Internazionale dei Compositori dell’UNESCO a Parigi. Nel 2004 Luciano Berio gli ha commissionato, per l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, l’opera per ragazzi La nave a tre piani, eseguita all’Auditorium di Roma diretta dall’Autore stesso nel 2005 e successivamente ripresa lo stesso anno dal Teatro Regio di Torino. Ha inoltre scritto altre quattro opere da camera: A qualcuno piace tango (eseguita a Torino, Milano, Palermo, Montepulciano, Narni, Terni, Amelia) Robinson (eseguita a Terni, Narni, Amelia, Torino e Napoli), Cappuccetto rosso (Modena) e Boletus (Terni). È tra i fondatori del progetto culturale Sentieri selvaggi, che comprende un Festival al Teatro Elfo Puccini di Milano e un Ensemble di cui è direttore artistico e musicale. Svolge anche attività come direttore d’orchestra: ha diretto l’Orchestra del Teatro alla Scala, l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, la Royal Philarmonic Orchestra, I Pomeriggi Musicali di Milano, l’Orchestra Giuseppe Verdi di Milano, l’Orchestra della Toscana, L’Orchestra del Teatro Regio di Torino, l’Orchestra della Fondazione Arena di Verona e altre ancora. Diverse sue composizioni sono state registrate su etichette discografiche come EMI Classics, Sony Classical, Ricordi, Warner Classics, Canteloupe Music, Agorà, Velut Luna, Materiali Sonori, Sensible Records, Phoenix Classics.


Pavel Berman
violino

Nato a Mosca, vi frequenta il Conservatorio Tchaikovsky. Attira l’attenzione internazionale molto giovane, vincendo nel 1990 il Primo Premio e la Medaglia D’oro al Concorso Internazionale di Violino di Indianapolis.

Nel 1992 si trasferisce a New York, dove è allievo di Dorothy DeLay e di Isaac Stern alla Julliard School.  Collabora come solista e direttore con grandi orchestre fra cui Berliner Symphoniker, Orchestra sinfonica Nazionale della RAI, Virtuosi di Mosca, Dallas Symphony, Tokyo

Philharmonic e molte altre, esibendosi nelle più prestigiose sale come Carnegie Hall, Teatro alla Scala e altre.

Nel 1998 è fondatore e direttore musicale dell’orchestra da Camera di Kaunas (Lituania). Ha preso parte alla Giuria di concorsi come Premio Paganini, Enescu, IsangYun, Vienna Strings Competition.

Attualmente è docente presso il Conservatorio della Svizzera Italiana di Lugano. Suona l’Antonio Stradivari 1702 ex “David Oistrach”, proprietà della Fondazione Pro Canale – Milano.

Biglietteria

A tutto Ludwig “Natura e sentimento”

Pomeriggi musicali sabato 23 gennaio in streaming.

1)Beehoven Concerto nr 1 per pianoforte e orchestra. Dirige George Pehlivarian

Pianoforte Herbert Schuch.

Quest’ultimo ha suonato in modo eccellente: un vero portento.

al termine della performance gli orchestrali lo hanno applaudito con foga.

2) Beethoven  Sinfonia .6 “Pastorale”

D’ incanto lo spettatore viene catapultato in una magica foresta dalla bravura dei professori di musica davvero eccezionali.

Bellissima rappresentazione che certamente avrebbe registrato il pieno in sala.

Europa, volti una tradizione

Classici russi
Stravinskij, Danses Concertantes
Prokof’ev, Sinfonia n. 1 in re maggiore op. 25 “Classica “
Stravinskij, Pulcinella, suite da concerto

Direttore: Carlo Rizzi
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Classici russi 

Il titolo di queste note andrà letto in due sensi. Da un lato Stravinskij e Prokof’ev sono senz’altro classici: con Šostakovic probabilmente i talenti più straordinari nati in Russia e tra i massimi geni del Novecento. Dall’altro si allude a una peculiarità del programma di questo concerto. Con la musica proposta, in termini programmatici nei lavori più noti, sia Stravinskij che Prokof’ev sposano una tendenza fondativa del Novecento musicale che vede la luce all’indomani della Grande guerra: l’estetica neoclassica, ispirata al rifiuto delle istanze romantiche, impressioniste ed espressioniste, che vedrà allineati con sfumature diverse Ravel, i Six, Falla, Respighi; estetica che esalta il significato del dato formale rifacendosi alla civiltà musicali precedenti il romanticismo, di cui mutua forme, generi e sonorità calandoli in un contesto armonico, ritmico e timbrico modernissimo, ottenendo un cortocircuito espressivo provocatorio e squisitamente novecentesco. Incontriamo uno Stravinskij perfettamente a suo agio in questa veste stilistica di cui era stato, proprio a partire dal Pulcinella, tra gli iniziatori e principali alfieri in un lavoro poco frequentato, conferma del magistero compositivo dell’Autore e dell’efficacia comunicativa di quella formula estetica. Le Danses concertantes vennero ultimate il 13 gennaio 1942 in California, dove Stravinskij aveva riparato durante il conflitto mondiale, commissione di Werner Janssen, direttore di un ensemble d’avanguardia che le presentò, sotto la direzione dell’Autore, l’8 febbraio 1942 a Los Angeles. Sono concepite come la musica per un balletto immaginario (nel 1944 Balanchine vi realizzò effettivamente una coreografia, proposta a New York), incorniciata da una marcia vigorosa che introduce e, abbreviata, chiude la sequenza centrale: un Pas d’action, un Thème dal lirismo stralunato corredato da quattro variazioni, e un Pas de deux. Caratterizzano la partitura molta arguzia (in fondo non si può considerare Stravinskij, con Haydn, il più grande umorista della nostra civiltà musicale?) e un puntuto vigore ritmico che non smentisce l’Autore di Petruška.

Nel 1918 il giovane Sergej Prokof’ev lascia la Russia in fiamme portando con sé a New York la partitura della Sinfonia “classica” in Re maggiore, scritta nei due anni precedenti e presentata a S. Pietroburgo, allora Pietrogrado, il 21 aprile 1918. Sorprendentemente la composizione, saldamente e assai precocemente ispirata all’orientamento estetico ora accennato, nulla tradisce dei drammatici eventi rivoluzionari. Si configura piuttosto come una sinfonia di Haydn al quadrato: si badi, non una parodia, cioè un falso, bensì la restituzione del sereno orizzonte espressivo haydniano rivissuto dal venticinquenne russo con un candore che produce il miracolo d’una perfetta immedesimazione negli ideali estetici del classicismo viennese. Idee tradotte nella nettezza adamantina di oggetti musicali dal carattere pregnanti. Ed ecco allora che la musica crepita sotto la pelle nel frizzante Allegro d’apertura, naturalmente in forma sonata, non si scompone nel passo elegante e misurato d’un Larghetto in cui convivono misura olimpica e umorismo discreto, imbocca la strada d’una danza dal profilo inconfondibile nella sapida Gavotta (prima delle quattro pagine a veder la luce nel 1916), preferita al regolamentare minuetto e reimpiegata vent’anni dopo nel balletto Romeo e Giulietta, si congeda infine dagli ascoltatori con la frenesia inarrestabile del bel Finale¸ Molto vivace

Il manifesto dell’estetica neoclassica va però individuato nel balletto Pulcinella, il cui debutto, il 15 maggio 1920 all’Opéra di Parigi – scenografo Picasso, primo ballerino e coreografo Massine – inaugurò la stagione centrale di Stravinskij. «Pulcinella fu la mia scoperta del passato, l’epifania tramite la quale divenne possibile tutto il mio lavoro successivo. Fu uno sguardo all’indietro, naturalmente, il primo dei miei amori in quella direzione; ma fu anche uno sguardo allo specchio». Composto in Svizzera, a Morges, rispondeva alla commissione del patron dei Ballets russes Djagilev d’un accompagnamento pseudosettecentesco a un soggetto, dalla commedia dell’arte, in cui la maschera Pulcinella è al centro d’una vicenda di gelosia e travestimenti. Iniziata a fine 1919, compiuta il 20 aprile 1920, la partitura si avvale di 21 composizioni “pergolesiane”, oggi ricondotte a un più ampio gruppo di autori, tanto che nella suite orchestrale predisposta nel 1924 e rivista nel 1949 si riducono ad appena tre (II, VII e VIII) le pagine pergolesiane, con la fetta più consistente spettante al veneziano Domenico Gallo. La versione da concerto ripropone della suite barocca la festosa pagina introduttiva, la regolata alternanza tra tempi rapidi e distensione lirica, movimenti di danza e più generiche pagine di carattere motorio, in studiato chiaroscuro che fa sfilare una serie di maschere bizzarre, malinconiche, chiassose o argute. Note trasfigurate, quelle stravinskijane: resistono profili melodici e bassi dei modelli settecenteschi, ma le esili pagine cameristiche sono investite d’una carica parodistica che le snatura e ricrea dall’interno, sottoponendole a una geniale lente deformante. L’ironico duetto trombone-contrabbasso (VII) suona come una cacofonica, sonora smentita delle delizie bucoliche del numero prima (il decorativismo rococò della Gavotta agìta dai legni, quasi uccellini variopinti di ceramica di Capodimonte), trasformando una sonata di Pergolesi in un numero da cabaret alla Kurt Weill. In primo piano è il parametro ritmico, acuminato, spigoloso, “cubista”, vero dominus, con l’inesausta fantasia timbrica, d’un gioco intellettuale sofisticato, in cui il compositore moderno cerca nell’omologo di due secoli prima l’interlocutore d’un dialogo vitale. Infatti, «Solo coloro che sono veramente vivi sanno scoprire la vita presso coloro che sono “morti”».


Carlo Rizzi

direttore

Carlo Rizzi ha una reputazione consolidata come uno dei direttori d’orchestra di riferimento a livello mondiale, a proprio agio sia in teatro che in sala da concerto. Il suo ampio repertorio spazia dai capisaldi operistici e sinfonici alle rarità di Bellini, Cimarosa e Donizetti, Giordano e Pizzetti. Da settembre 2019 Rizzi è Direttore musicale di Opera Rara.

Dal 2015 Rizzi è Direttore laureato della Welsh National Opera, dopo due periodi come Direttore musicale. Oltre a mantenere uno stretto rapporto con il Teatro alla Scala, la Royal Opera House di Londra e la Metropolitan Opera di New York, nel corso della carriera ha diretto nei teatri più blasonati, dall’Opéra National de Paris al Teatro Real de Madrid, dal Rossini Opera Festival alla Lyric Opera di Chicago e Deutsche Oper Berlin.

La vasta discografia di Carlo Rizzi include Faust, Katya Kabanova e Rigoletto e Un ballo in maschera con WNO; un DVD e CD Deutsche Grammophon de La traviata con Anna Netrebko, Rolando Villazón e i Wiener Philharmoniker; dischi di recital con rinomati cantanti d’opera tra i quali Joseph Calleja, Juan Diego Flórez, Edita Gruberova, Olga Borodina e Thomas Hampson, e di recente Joyce El-Khoury e Michael Spyres per Opera Rara.

Grande  esecuzione e la maestria degli esecutori ha fatto dimenticare la trasmissione in streaming.

Vivaldi «La natura e il suo valore»: I Pomeriggi Musicali celebrano la fine del lockdown

Antonio Vivaldi Le quattro stagioni da Il cimento dell’armonia e dell’invenzione
Concerto n. 1 in mi maggiore op. 8 RV 269 “La primavera”
Concerto n. 2 in sol minore op. 8 RV 315 “L’estate”
Concerto n. 3 in fa maggiore op. 8 RV 293 “L’autunno”
Concerto n. 4 in fa minore op. 8 RV 297 “L’inverno”
Orchestra d’archi I Pomeriggi Musicali
Direttore e violino solista

Non hanno perso letteralmente un minuto, I pomeriggi musicali. A mezzanotte e uno della notte tra domenica 14 e lunedì 15 giugno le porte del Teatro dal Verme aprono al pubblico per il primo concerto dopo il lockdown. Un gesto simbolico per ricordare l’importanza dell’istituzione milanese nella storia musicale della città: «Anche dopo la seconda guerra mondiale fummo i primi a riportare la musica a Milano» ricorda Giovanni Benvenuto, presidente della Fondazione.

Per questa occasione speciale c’è il fior fiore dell’élite lombarda in sala: tra gli altri c’è l’Attilio Fontana, presidente della regione; ci sono l’Anna Scavuzzo e il Filippo Del Corno, vicesindaco e assessore alla cultura di Milano, c’è il Mons. Gianantonio Borgonovo, arciprete del Duomo. Soprattutto ci sono i medici, gli infermieri e gli operatori sanitari che sono stati in prima linea nel contenimento del virus, e a loro viene dedicato questo primo concerto.

Al di là delle parole di rito dei politici sull’importanza della cultura e della musica per Milano, la Lombardia e l’umanità nel suo complesso, tanto più in questo momento difficile per tutti – se alle parole seguiranno i fatti è ancora tutto da vedere – è toccante soprattutto la testimonianza di Emanuele Catena e Roberto Rech, medici dell’Ospedale Sacco, tra i primi ad intervenire a Codogno, dove impotenti hanno assistito alle prime ondate del virus, e in seguito nel loro ospedale alla disperata ricerca di posti di terapia intensiva. La retorica «guerresca» con cui è stata descritta la battaglia al Covid-19 ha campeggiato su tutti i giornali e tutti gli spot pubblicitari in questi tempi, tanto da renderci forse un po’ insensibili; ma pronunciata da chi è stato effettivamente in prima linea lascia tutt’altro che indifferenti.

Si riparte da Vivaldi e dalle sue Quattro stagioni ovvero le pagine più note tratte da Il cimento dell’Armonia e dell’inventione, raccolta di concerti per violino e orchestra d’archi. L’intento è celebrare «La natura e il suo valore», come recita il titolo scelto per la serata, e non ci potrebbe essere modo migliore di ripartire delle gioiose note della Primavera. Sono visibilmente emozionati i musici, quasi come fossero ad una sorta di secondo debutto. È emozionato anche Stefano Montanari che li dirige con il suo violino e che con il suo abbigliamento da metallaro ricorda quasi un Rob Halford, proprio come Nigel Kennedy – un altro grande anticonformista interprete di Vivaldi: sarà un caso? – ricorda un Johnny Rotten.

Non si può negare, la comprensibile emozione fa apparire un po’ di ruggine: perché ricominciare a suonare dopo tre mesi di forzato silenzio non è facile neanche per dei musicisti rodatissimi, neppure se il repertorio è arcinoto. Il tutto è più della somma delle sue parti, e di tempo per le prove d’ensemble non ce ne deve essere stato molto. Insomma, affiora qua e là qualche imprecisione, qualche intonazione un po’ calante, qualche piccola sbavatura che tuttavia non riesce a scalfire di una virgola il momento magico che tutti i presenti – musicisti, addetti ai lavori, pubblico – stanno aspettando, il momento del ritorno alla musica dal vivo.

Sicché la voglia di suonare predomina, e la catarsi si realizza comunque: Montanari nei momenti di grazia sa emettere dei trilli che sembrano proprio quegli uccellini che Vivaldi aveva inserito in partitura, un gran gusto per gli abbellimenti e un’incessante ricerca dell’effetto migliore ricorrendo a tempi rubati o colori particolari sperimentando con le dinamiche oppure suonando col legno.

Non difetta né di estro né di originalità il violinista e direttore d’orchestra, cosa che magari può scontentare i più filologi e i conservatori della tradizione. Tutti gli altri possono chiudere un occhio (anzi un orecchio) e godere dell’energia che l’ensemble riesce a infondere in queste Stagioni vivaldiane.

Perché forse in questo momento la musica suonata passa non tanto in secondo piano (giammai!), ma un passettino a lato, magari sì: ripartenza è la parola importante, e la musica affluirà spontaneamente. Conta ricominciare. Anche se nelle condizioni attuali il cammino verso il ritorno alla normalità parrebbe ancora lungo. Si riparte quando le stagioni dei teatri in tempi normali sarebbero già terminate, ma non sono tempi normali: tre mesi di spettacoli programmati – spesso con anni di anticipo – cancellati, pubblico in sala decimato, o quasi (un seggiolino occupato ogni due liberi, una fila sì e una no) e una piccola stagione estiva da inventarsi da zero in fretta e furia. Scelte obbligate per tutti, dagli enti più prestigiosi ai teatri più scalcagnati. Coraggiosa la volontà de I pomeriggi musicali di abbinarvi una politica di prezzi ultra-popolari [7] (biglietti a cinque euro) che potrebbe diventare un ottimo volano di promozione, anche se ci chiediamo a quali costi per le casse della fondazione. Ci si perdonerà il francesismo cambronniano, ma mai come in questo caso ci sembra doveroso un buon’augurio: «merda, merda, merda!»

 

Stefano Montanari

Pomeriggi Musicali

A causa del Covid, l’esecuzione e’ avvenuta in streaming.

Direttore e sassofono Federico Mondelci.

Nino ROTA Omaggio a Fellini, suite per sassofonno e orchestra.

Honegger Pastorale d’ete.

Ibert Concertino da camera per sassofono e orchestra

Milhaud Scharamouche per sassofono e orchestra.

Ho molto apprezzato l’omaggio a Fellini, che mi ha riportato con il pensiero a tanti suoi films.