Teatro

Europa, volti una tradizione

Classici russi
Stravinskij, Danses Concertantes
Prokof’ev, Sinfonia n. 1 in re maggiore op. 25 “Classica “
Stravinskij, Pulcinella, suite da concerto

Direttore: Carlo Rizzi
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Classici russi 

Il titolo di queste note andrà letto in due sensi. Da un lato Stravinskij e Prokof’ev sono senz’altro classici: con Šostakovic probabilmente i talenti più straordinari nati in Russia e tra i massimi geni del Novecento. Dall’altro si allude a una peculiarità del programma di questo concerto. Con la musica proposta, in termini programmatici nei lavori più noti, sia Stravinskij che Prokof’ev sposano una tendenza fondativa del Novecento musicale che vede la luce all’indomani della Grande guerra: l’estetica neoclassica, ispirata al rifiuto delle istanze romantiche, impressioniste ed espressioniste, che vedrà allineati con sfumature diverse Ravel, i Six, Falla, Respighi; estetica che esalta il significato del dato formale rifacendosi alla civiltà musicali precedenti il romanticismo, di cui mutua forme, generi e sonorità calandoli in un contesto armonico, ritmico e timbrico modernissimo, ottenendo un cortocircuito espressivo provocatorio e squisitamente novecentesco. Incontriamo uno Stravinskij perfettamente a suo agio in questa veste stilistica di cui era stato, proprio a partire dal Pulcinella, tra gli iniziatori e principali alfieri in un lavoro poco frequentato, conferma del magistero compositivo dell’Autore e dell’efficacia comunicativa di quella formula estetica. Le Danses concertantes vennero ultimate il 13 gennaio 1942 in California, dove Stravinskij aveva riparato durante il conflitto mondiale, commissione di Werner Janssen, direttore di un ensemble d’avanguardia che le presentò, sotto la direzione dell’Autore, l’8 febbraio 1942 a Los Angeles. Sono concepite come la musica per un balletto immaginario (nel 1944 Balanchine vi realizzò effettivamente una coreografia, proposta a New York), incorniciata da una marcia vigorosa che introduce e, abbreviata, chiude la sequenza centrale: un Pas d’action, un Thème dal lirismo stralunato corredato da quattro variazioni, e un Pas de deux. Caratterizzano la partitura molta arguzia (in fondo non si può considerare Stravinskij, con Haydn, il più grande umorista della nostra civiltà musicale?) e un puntuto vigore ritmico che non smentisce l’Autore di Petruška.

Nel 1918 il giovane Sergej Prokof’ev lascia la Russia in fiamme portando con sé a New York la partitura della Sinfonia “classica” in Re maggiore, scritta nei due anni precedenti e presentata a S. Pietroburgo, allora Pietrogrado, il 21 aprile 1918. Sorprendentemente la composizione, saldamente e assai precocemente ispirata all’orientamento estetico ora accennato, nulla tradisce dei drammatici eventi rivoluzionari. Si configura piuttosto come una sinfonia di Haydn al quadrato: si badi, non una parodia, cioè un falso, bensì la restituzione del sereno orizzonte espressivo haydniano rivissuto dal venticinquenne russo con un candore che produce il miracolo d’una perfetta immedesimazione negli ideali estetici del classicismo viennese. Idee tradotte nella nettezza adamantina di oggetti musicali dal carattere pregnanti. Ed ecco allora che la musica crepita sotto la pelle nel frizzante Allegro d’apertura, naturalmente in forma sonata, non si scompone nel passo elegante e misurato d’un Larghetto in cui convivono misura olimpica e umorismo discreto, imbocca la strada d’una danza dal profilo inconfondibile nella sapida Gavotta (prima delle quattro pagine a veder la luce nel 1916), preferita al regolamentare minuetto e reimpiegata vent’anni dopo nel balletto Romeo e Giulietta, si congeda infine dagli ascoltatori con la frenesia inarrestabile del bel Finale¸ Molto vivace

Il manifesto dell’estetica neoclassica va però individuato nel balletto Pulcinella, il cui debutto, il 15 maggio 1920 all’Opéra di Parigi – scenografo Picasso, primo ballerino e coreografo Massine – inaugurò la stagione centrale di Stravinskij. «Pulcinella fu la mia scoperta del passato, l’epifania tramite la quale divenne possibile tutto il mio lavoro successivo. Fu uno sguardo all’indietro, naturalmente, il primo dei miei amori in quella direzione; ma fu anche uno sguardo allo specchio». Composto in Svizzera, a Morges, rispondeva alla commissione del patron dei Ballets russes Djagilev d’un accompagnamento pseudosettecentesco a un soggetto, dalla commedia dell’arte, in cui la maschera Pulcinella è al centro d’una vicenda di gelosia e travestimenti. Iniziata a fine 1919, compiuta il 20 aprile 1920, la partitura si avvale di 21 composizioni “pergolesiane”, oggi ricondotte a un più ampio gruppo di autori, tanto che nella suite orchestrale predisposta nel 1924 e rivista nel 1949 si riducono ad appena tre (II, VII e VIII) le pagine pergolesiane, con la fetta più consistente spettante al veneziano Domenico Gallo. La versione da concerto ripropone della suite barocca la festosa pagina introduttiva, la regolata alternanza tra tempi rapidi e distensione lirica, movimenti di danza e più generiche pagine di carattere motorio, in studiato chiaroscuro che fa sfilare una serie di maschere bizzarre, malinconiche, chiassose o argute. Note trasfigurate, quelle stravinskijane: resistono profili melodici e bassi dei modelli settecenteschi, ma le esili pagine cameristiche sono investite d’una carica parodistica che le snatura e ricrea dall’interno, sottoponendole a una geniale lente deformante. L’ironico duetto trombone-contrabbasso (VII) suona come una cacofonica, sonora smentita delle delizie bucoliche del numero prima (il decorativismo rococò della Gavotta agìta dai legni, quasi uccellini variopinti di ceramica di Capodimonte), trasformando una sonata di Pergolesi in un numero da cabaret alla Kurt Weill. In primo piano è il parametro ritmico, acuminato, spigoloso, “cubista”, vero dominus, con l’inesausta fantasia timbrica, d’un gioco intellettuale sofisticato, in cui il compositore moderno cerca nell’omologo di due secoli prima l’interlocutore d’un dialogo vitale. Infatti, «Solo coloro che sono veramente vivi sanno scoprire la vita presso coloro che sono “morti”».


Carlo Rizzi

direttore

Carlo Rizzi ha una reputazione consolidata come uno dei direttori d’orchestra di riferimento a livello mondiale, a proprio agio sia in teatro che in sala da concerto. Il suo ampio repertorio spazia dai capisaldi operistici e sinfonici alle rarità di Bellini, Cimarosa e Donizetti, Giordano e Pizzetti. Da settembre 2019 Rizzi è Direttore musicale di Opera Rara.

Dal 2015 Rizzi è Direttore laureato della Welsh National Opera, dopo due periodi come Direttore musicale. Oltre a mantenere uno stretto rapporto con il Teatro alla Scala, la Royal Opera House di Londra e la Metropolitan Opera di New York, nel corso della carriera ha diretto nei teatri più blasonati, dall’Opéra National de Paris al Teatro Real de Madrid, dal Rossini Opera Festival alla Lyric Opera di Chicago e Deutsche Oper Berlin.

La vasta discografia di Carlo Rizzi include Faust, Katya Kabanova e Rigoletto e Un ballo in maschera con WNO; un DVD e CD Deutsche Grammophon de La traviata con Anna Netrebko, Rolando Villazón e i Wiener Philharmoniker; dischi di recital con rinomati cantanti d’opera tra i quali Joseph Calleja, Juan Diego Flórez, Edita Gruberova, Olga Borodina e Thomas Hampson, e di recente Joyce El-Khoury e Michael Spyres per Opera Rara.

Grande  esecuzione e la maestria degli esecutori ha fatto dimenticare la trasmissione in streaming.

Vivaldi «La natura e il suo valore»: I Pomeriggi Musicali celebrano la fine del lockdown

Antonio Vivaldi Le quattro stagioni da Il cimento dell’armonia e dell’invenzione
Concerto n. 1 in mi maggiore op. 8 RV 269 “La primavera”
Concerto n. 2 in sol minore op. 8 RV 315 “L’estate”
Concerto n. 3 in fa maggiore op. 8 RV 293 “L’autunno”
Concerto n. 4 in fa minore op. 8 RV 297 “L’inverno”
Orchestra d’archi I Pomeriggi Musicali
Direttore e violino solista

Non hanno perso letteralmente un minuto, I pomeriggi musicali. A mezzanotte e uno della notte tra domenica 14 e lunedì 15 giugno le porte del Teatro dal Verme aprono al pubblico per il primo concerto dopo il lockdown. Un gesto simbolico per ricordare l’importanza dell’istituzione milanese nella storia musicale della città: «Anche dopo la seconda guerra mondiale fummo i primi a riportare la musica a Milano» ricorda Giovanni Benvenuto, presidente della Fondazione.

Per questa occasione speciale c’è il fior fiore dell’élite lombarda in sala: tra gli altri c’è l’Attilio Fontana, presidente della regione; ci sono l’Anna Scavuzzo e il Filippo Del Corno, vicesindaco e assessore alla cultura di Milano, c’è il Mons. Gianantonio Borgonovo, arciprete del Duomo. Soprattutto ci sono i medici, gli infermieri e gli operatori sanitari che sono stati in prima linea nel contenimento del virus, e a loro viene dedicato questo primo concerto.

Al di là delle parole di rito dei politici sull’importanza della cultura e della musica per Milano, la Lombardia e l’umanità nel suo complesso, tanto più in questo momento difficile per tutti – se alle parole seguiranno i fatti è ancora tutto da vedere – è toccante soprattutto la testimonianza di Emanuele Catena e Roberto Rech, medici dell’Ospedale Sacco, tra i primi ad intervenire a Codogno, dove impotenti hanno assistito alle prime ondate del virus, e in seguito nel loro ospedale alla disperata ricerca di posti di terapia intensiva. La retorica «guerresca» con cui è stata descritta la battaglia al Covid-19 ha campeggiato su tutti i giornali e tutti gli spot pubblicitari in questi tempi, tanto da renderci forse un po’ insensibili; ma pronunciata da chi è stato effettivamente in prima linea lascia tutt’altro che indifferenti.

Si riparte da Vivaldi e dalle sue Quattro stagioni ovvero le pagine più note tratte da Il cimento dell’Armonia e dell’inventione, raccolta di concerti per violino e orchestra d’archi. L’intento è celebrare «La natura e il suo valore», come recita il titolo scelto per la serata, e non ci potrebbe essere modo migliore di ripartire delle gioiose note della Primavera. Sono visibilmente emozionati i musici, quasi come fossero ad una sorta di secondo debutto. È emozionato anche Stefano Montanari che li dirige con il suo violino e che con il suo abbigliamento da metallaro ricorda quasi un Rob Halford, proprio come Nigel Kennedy – un altro grande anticonformista interprete di Vivaldi: sarà un caso? – ricorda un Johnny Rotten.

Non si può negare, la comprensibile emozione fa apparire un po’ di ruggine: perché ricominciare a suonare dopo tre mesi di forzato silenzio non è facile neanche per dei musicisti rodatissimi, neppure se il repertorio è arcinoto. Il tutto è più della somma delle sue parti, e di tempo per le prove d’ensemble non ce ne deve essere stato molto. Insomma, affiora qua e là qualche imprecisione, qualche intonazione un po’ calante, qualche piccola sbavatura che tuttavia non riesce a scalfire di una virgola il momento magico che tutti i presenti – musicisti, addetti ai lavori, pubblico – stanno aspettando, il momento del ritorno alla musica dal vivo.

Sicché la voglia di suonare predomina, e la catarsi si realizza comunque: Montanari nei momenti di grazia sa emettere dei trilli che sembrano proprio quegli uccellini che Vivaldi aveva inserito in partitura, un gran gusto per gli abbellimenti e un’incessante ricerca dell’effetto migliore ricorrendo a tempi rubati o colori particolari sperimentando con le dinamiche oppure suonando col legno.

Non difetta né di estro né di originalità il violinista e direttore d’orchestra, cosa che magari può scontentare i più filologi e i conservatori della tradizione. Tutti gli altri possono chiudere un occhio (anzi un orecchio) e godere dell’energia che l’ensemble riesce a infondere in queste Stagioni vivaldiane.

Perché forse in questo momento la musica suonata passa non tanto in secondo piano (giammai!), ma un passettino a lato, magari sì: ripartenza è la parola importante, e la musica affluirà spontaneamente. Conta ricominciare. Anche se nelle condizioni attuali il cammino verso il ritorno alla normalità parrebbe ancora lungo. Si riparte quando le stagioni dei teatri in tempi normali sarebbero già terminate, ma non sono tempi normali: tre mesi di spettacoli programmati – spesso con anni di anticipo – cancellati, pubblico in sala decimato, o quasi (un seggiolino occupato ogni due liberi, una fila sì e una no) e una piccola stagione estiva da inventarsi da zero in fretta e furia. Scelte obbligate per tutti, dagli enti più prestigiosi ai teatri più scalcagnati. Coraggiosa la volontà de I pomeriggi musicali di abbinarvi una politica di prezzi ultra-popolari [7] (biglietti a cinque euro) che potrebbe diventare un ottimo volano di promozione, anche se ci chiediamo a quali costi per le casse della fondazione. Ci si perdonerà il francesismo cambronniano, ma mai come in questo caso ci sembra doveroso un buon’augurio: «merda, merda, merda!»

 

Stefano Montanari

Pomeriggi Musicali

A causa del Covid, l’esecuzione e’ avvenuta in streaming.

Direttore e sassofono Federico Mondelci.

Nino ROTA Omaggio a Fellini, suite per sassofonno e orchestra.

Honegger Pastorale d’ete.

Ibert Concertino da camera per sassofono e orchestra

Milhaud Scharamouche per sassofono e orchestra.

Ho molto apprezzato l’omaggio a Fellini, che mi ha riportato con il pensiero a tanti suoi films.

Pomeriggi Musicali

 

Direttore Stefano Montanari

Georg Friedrich Händel (1685-1759)

Musica per i regali fuochi d’artificio, HVW 351

I: Ouverture: Adagio-Allegro-Lentement-Allegro

II: Bourrée

III: La paix: Largo alla siciliana

IV: La Réjouissance

V: Minuetto I e II

Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791),

Sinfonia n.35 in re maggiore, K 385 “Haffner”

I: Allegro con spirito

II: Andante

III: Menuetto

IV: Presto

L’abito della festa

 

Molto accomuna i lavori in programma, il più antico del cartellone della 76° stagione dei Pomeriggi Musicali e la prima delle sette sinfonie mozartiane che si avrà modo di ascoltare. Entrambe le composizioni nacquero per occasioni festive, per celebrare eventi fausti di natura diversa ma radicati nella società ancien régime di quel Settecento che si potrebbe a buon diritto definire il secolo di Handel e Mozart. Entrambe ci raccontano del costume che vedeva nella musica un ingrediente primario e imprescindibile di ogni celebrazione di interesse pubblico, cui contribuiva con la capacità di rendere solenne e trasmettere euforia. Lo denuncia, in entrambe le partiture, l’adozione del Re maggiore, tonalità festiva per antonomasia poiché perfettamente adatta al clangore degli ottoni, trombe e corni, nel Settecento ancora “naturali” ovvero senza pistoni, e alla luminosità dei violini. Entrambe le partiture furono lavori d’occasione, con cui i rispettivi compositori risposero a una sollecitazione esterna e non a un’intima ispirazione: circostanza che tuttavia non ha affatto nuociuto alla qualità del risultato. Al di là di tutte queste affinità, il rapido scorrere della Storia, della musica in questo caso, non manca di farsi sentire: benché composti a poco più di trent’anni di distanza, le due partiture sembrano provenire da continenti remoti: nonostante qualche labile punto di contatto come l’adozione della forma del minuetto, parlano lingue diverse, come se la Londra dell’estrema maturità di Handel e la Vienna in cui era da poco approdato il giovane Mozart distassero ben più dei 1400 km. che le separano. Vi si contrappongono infatti, l’un contro l’altro armato, da un lato il mondo della suite di ascendenza ancora secentesca, dall’altro il moderno sinfonismo posto da Haydn a fondamento dello stile classico.

The Musick for the Royal Fireworks nacque nella grande stagione degli oratori handeliani, quando il compositore, tedesco di nascita ma naturalizzato cittadino britannico, fu raggiunto dalla commissione della Corte reale inglese per i festeggiamenti della Pace di Aquisgrana che il 7 ottobre 1748 aveva posto fine alla Guerra di successione austriaca. La prima esecuzione, il 27 aprile 1749 al londinese Green Park, avrebbe combinato sinesteticamente un grandioso spettacolo di fuochi d’artificio con lo spiegamento d’una compagine musicale straordinaria, ridimensionata al formato standard dal compositore stesso per una ripresa presso il Foundling Hospital, istituzione per l’infanzia abbandonata di cui Handel era da quell’anno governatore. Per la sua ultima grande composizione orchestrale, Handel propose una suite di stile francese (ouverture, tre danze e un pezzo caratteristico, La Réjouissance) dal chiaro intento celebrativo. Esaltano in particolare gli effetti benefici della pace La Paix e La Réjouissance. Grandiosità dell’impatto fonico e felicità dell’invenzione tematica si alleano in una costruzione che alterna per contrasto il vigore marziale di ouverture, Réjouissance e di uno dei menuet alla delicata essenzialità di Bourrée, Paix e dell’altro menuet. Si apprezzino la monumentale Ouverture, debitrice della Hornpipe della Water Music di 24 anni prima, il quadro di serenità pastorale (ritmo alla Siciliana, rilievo dei fiati) della Paix, la trasfigurazione d’una fanfara vittoriosa della Réjouissance, che rielabora idee tematiche dell’italiano Giovanni Porta. In questa festa musicale sono protagonisti il piacere del suono, la pennellata larga del gesto melodico per una compagine numerosa, l’erompere di un’energia ritmica senza briglie, il cicaleccio fragoroso dei fiati, le figure marziali di fanfara, l’invenzione inesausta di puntuti profili ritmici, l’amabilità cordialità dei temi, il tono dominante di spensierata allegria.

Ben altra commissione, privata ma non meno cogente, giunse a Mozart nel luglio 1782 tramite il padre Leopold, che dalla natìa Saliburgo richiedeva una musica festiva per l’innalzamento al rango nobiliare del borgomastro di Salisburgo Siegmund Haffner, di cui Wolfgang aveva celebrato sei anni prima le nozze della figlia con la splendida Serenata K. 250, nota anch’essa come “Haffner”. La richiesta lo coglieva alle prese con l’allestimento del Ratto dal Serraglio, biglietto da visita a Vienna, e le nozze con Constanze. Accettò di malavoglia e lavorò nei ritagli di tempo: «la notte», «il più presto possibile», cercando «nella misura in cui la fretta me lo consente, di scriver bene», assicurò al padre. Compose così un’altra serenata in sei movimenti, che rivide e ridusse, per il concerto viennese del 23 marzo 1783 cui interverrà assai compiaciuto l’imperatore Giuseppe II, nei quattro tempi della sinfonia classica. E scrisse «bene», se, quando Leopold gli restituì la partitura, ne restò lui stesso piacevolmente sorpreso (la fretta in cui aveva composto ne aveva rimosso ogni ricordo!). La prima delle cinque sinfonie scritte a Vienna (inclusa la “Praga”), ci introduce alla vitalità frenetica di una musica cittadina e teatrale, in cui l’orchestra è protagonista di una commedia che dal teatro mutua gli elementi fondamentali: carattere spiccato dei personaggi e crepitante mobilità dell’azione. Incardinata in Re maggiore, tonalità dell’ouverture delle Nozze di Figaro, la «folle journée» di questa sinfonia fa sfilare un burrascoso I tempo sorprendentemente monotematico che dissimula sotto l’energia straripante un dotto studio di contrappunto; il ludus delizioso dell’Andante, non meno dotato di spirito, nel senso settecentesco di arguzia, di quanto l’Allegro lo fosse in termini di brio; la solennità cerimoniale ma mai greve del Minuetto, scelto da Mozart tra i due composti per l’originaria serenata; la cordialità di entrambi i temi del Finale (il primo ispirato a un’aria di Osmin dal Ratto del Serraglio), frizzanti e giocosi come s’addice al rondò che corona una sinfonia classica, da eseguirsi, prescrive l’Autore, «il più velocemente possibile».

Raffaele Mellace

Stefano Montanari

direttore d’orchestra

Diplomato in violino e pianoforte affianca all’attività di direttore d’orchestra, quella di solista al violino e al fortepiano. È direttore musicale dell’ensemble barocco “I Bollenti Spiriti” di Lione e ospite regolare di istituzioni quali: La Fenice di Venezia, Opera di Roma, Donizetti di Bergamo, Opéra de Lyon, Arena di Verona, Maggio Musicale Fiorentino, Royal Opera House di Londra, Bolshoj e Tchaikovsky Concert Hall a Mosca, Opera di Stoccarda, Ravenna Festival e molti altri.

Tra gli impegni recenti si citano Agrippina e La clemenza di Tito ad Anversa, Le Nozze di Figaro con la regia di Graham Vick a Roma; Die Lustige Witwe con la regia di Damiano Michieletto e Il Barbiere di Siviglia a Venezia, Iphigenie en Tauride a Stoccarda, Così fan tutte a Londra, Rinaldo con Il Pomo d’Oro in una tournée europea, i Concerti brandeburghesi a Lione.

Direttore del progetto «Jugendspodium – Incontri musicali Dresda-Venezia», insegna alla Civica Scuola di Musica Claudio Abbado e ha pubblicato il “Metodo di violino barocco”. Stefano Montanari è stato nominato ai Grammy Awards per O Solitude con Andreas Scholl (Decca).

Tra gli impegni dei prossimi mesi si ricordano: Die Fledermaus a Stoccarda; Anna Bolena a Ginevra; Le Nozze di Figaro a Lyon; Requiem di Mozart a Valencia; Le Nozze in Villa di Donizetti a Bergamo; Orphée et Euridyce di Berlioz a Zurigo; La Cenerentola e Il Barbiere di Siviglia a Vienna; Die Entführung aus dem Serail e Agrippina a Monaco di Baviera.

Perfetta esecuzione apprezzata dall’esiguo pubblico, ben distanziato, in sala. Ora le permorfances durano solo un ora ed e’ stato soppresso l’intervallo.

“La Natura e il suo valore” Vivaldi

Antonio Vivaldi Le quattro stagioni da Il cimento dell’armonia e dell’invenzione
Concerto n. 1 in mi maggiore op. 8 RV 269 “La primavera”
Concerto n. 2 in sol minore op. 8 RV 315 “L’estate”
Concerto n. 3 in fa maggiore op. 8 RV 293 “L’autunno”
Concerto n. 4 in fa minore op. 8 RV 297 “L’inverno”
Orchestra d’archi I Pomeriggi Musicali
Direttore e violino solista Stefano Montanari

L’intento è celebrare «La natura e il suo valore», come recita il titolo scelto , e non ci potrebbe essere modo migliore di ripartire delle gioiose note della Primavera. Sono visibilmente emozionati i musici, quasi come fossero ad una sorta di secondo debutto. È emozionato anche Stefano Montanari che li dirige con il suo violino e che con il suo abbigliamento da metallaro ricorda quasi un Rob Halford, proprio come Nigel Kennedy – un altro grande anticonformista interprete di Vivaldi: sarà un caso? – ricorda un Johnny Rotten.

Non si può negare, la comprensibile emozione fa apparire un po’ di ruggine: perché ricominciare a suonare dopo tre mesi di forzato silenzio non è facile neanche per dei musicisti rodatissimi, neppure se il repertorio è arcinoto. Il tutto è più della somma delle sue parti, e di tempo per le prove d’ensemble non ce ne deve essere stato molto. Insomma, affiora qua e là qualche imprecisione, qualche intonazione un po’ calante, qualche piccola sbavatura che tuttavia non riesce a scalfire di una virgola il momento magico che tutti i presenti – musicisti, addetti ai lavori, pubblico – stanno aspettando, il momento del ritorno alla musica dal vivo.

Sicché la voglia di suonare predomina, e la catarsi si realizza comunque: Montanari nei momenti di grazia sa emettere dei trilli che sembrano proprio quegli uccellini che Vivaldi aveva inserito in partitura, un gran gusto per gli abbellimenti e un’incessante ricerca dell’effetto migliore ricorrendo a tempi rubati o colori particolari sperimentando con le dinamiche oppure suonando col legno.

Non difetta né di estro né di originalità il violinista e direttore d’orchestra, cosa che magari può scontentare i più filologi e i conservatori della tradizione. Tutti gli altri possono chiudere un occhio (anzi un orecchio) e godere dell’energia che l’ensemble riesce a infondere in queste Stagioni vivaldiane.

Perché forse in questo momento la musica suonata passa non tanto in secondo piano (giammai!), ma un passettino a lato, magari sì: ripartenza è la parola importante, e la musica affluirà spontaneamente. Conta ricominciare. In sala il pubblico decimato, o quasi (un seggiolino occupato ogni due liberi, una fila sì e una no).

Il Silenzio Grande

Teatro Carcano Milano

di Maurizio de Giovanni

Uno spettacolo di Alessandro Gassmann

Con Massimiliano Gallo
Con Stefania Rocca
Monica Nappo
Paola Senatore
Jacopo Sorbini

Scrittore napoletano di fama internazionale, Maurizio de Giovanni, autore di numerosi libri di successo, dalla serie de Il Commissario Ricciardi fino a I bastardi di Pizzofalcone, è per la prima volta autore di un’inedita commedia in due atti.

“L’incontro con Maurizio de Giovanni è stato nella mia carriera recente portatore di novità importanti e di progetti che mi hanno appassionato. In Qualcuno volò sul nido del cuculo il suo adattamento mi ha permesso di portare quella storia che trasuda umanità nell’Italia del 1982, conferendole un’immediatezza ed una riconoscibilità ancora più efficaci per il nostro pubblico, regalando allo spettacolo un successo straordinario.

Ho poi approfondito la mia conoscenza dell’umanità raccontata da de Giovanni interpretando l’ispettore Lojacono nella fortunatissima serie televisiva, giunta alla seconda stagione, de I bastardi di Pizzofalcone.

Quando in una pausa pranzo con Maurizio parlammo de Il silenzio grande, vidi l’idea nascere lì in pochi minuti. Ebbi subito la sensazione che, nelle sue mani, un tema importante come quello dei rapporti familiari, del tempo che passa, del luogo dove le nostre vite scorrono e mutano negli anni, ovvero la casa, avrebbe avuto un’evoluzione emozionante e sorprendente.

Immagino uno spettacolo dove le verità che i protagonisti si dicono, a volte si urlano o si sussurrano, possano fare riconoscere dove, come sempre accade anche nei momenti più drammatici, possano esplodere risate, divertimento, insomma la vita.

Questa è una delle funzioni che può avere il teatro: raccontarci come siamo, potremmo essere o anche quello che saremmo potuti essere. Al suo interno questa storia racchiude anche grandissime sorprese, misteri che solo un grande scrittore di gialli come Maurizio de Giovanni avrebbe saputo maneggiare con questa abilità e che la rendono davvero un piccolo classico contemporaneo.

Per rendere al meglio, il teatro necessita di attori che aderiscano in modo moderno ai personaggi e penso che Massimiliano Gallo, con il quale ho condiviso set e avventure cinematografiche, sia oggi uno degli attori italiani più efficaci e completi. E’ stata per me una grande gioia dirigerlo in un personaggio per lui ideale.”

Alessandro Gassmann

IN MARE APERTO

STAGIONE 2019-20

 

Pomeriggi Musicali

Contrariamente al solito la performance del 23 gennaio e’ cominciata alle 20.

Direttore e violino Segej Krylow

Orchestra i Pomeriggi musicali ( ca 50 persone)

Sergej Prokof’ev

Sinfonia n.1 in re maggiore Op.25 “Classica”

Max Bruch

Concerto per violino e orchestra n.1 in sol minore op.26

Ludwig Beethoven

Sinfonia n.3 in bemolle maggiore op.55 “Eroica”

IL Krylov si era esibito nel maggio scorso solo come violionista. Stavolta ha assunto il ruolo di direttore  e nel pezzo di Brunch ha suonato anche il violino. Al termine si e’ esibito in un assolo.

Davvero eccezionale la bravura di questo artista ed a llui e all’orchesta soino stati tributati copiosi appalusi.

Ancora una bella serata!

 

 

WINSTON VS CHURCILL

Unici due interpreti: Battiston ( Churcill) e la giovane infermiera Margaret. L’attore per 1h e 15 ichioda il pubblico con racconti relativi alle sue piu’ significative esperienze, parte narrandole all’ infermiera e parte  richiamandole alla sua memoria. Un grande istrione che grida, sussura , usa tutte le le variazioni vocali possibili e ripercorre la vita di questo grande statista.

Superbo spettacolo che viene accolto da parte del pubblico con applausi calorosissimi. Battiston credo sia tra i piu’ impegnati attori italiani e finalmente lo vediamo protagonista assoluto e non piu’ in ruoli di secondo piano, anche se magistralmente interpretati.

 

Pomeriggi Musicali 9 gennaio 2020

Direttore Yves Abel

Violino Stefan Milenkovich

Orchestra i Pomeriggi Musicali

 

Maurice Ravel

Le Tombeau de Coupertin

 

Henri Vieuxtemps

Concerto per violino e orchestra n.5

in la minore op.37″Gretry”

 

Splendida interpretazione del violinista Milenkovich.

Ne riporto la biografia:

“Stefan Milenkovich (serbo: Stefan Milenković, Стефан Миленковић) è nato a Belgrado (ex Jugoslavia, attuale Serbia). Ha iniziato a studiare il violino all’età di 3 anni con suo padre, che è rimasto il suo unico insegnante fino ai 17 anni. Continuando gli studi all’Accademia di Musica di Belgrado, consegue il diploma nel 1995. È stato un bambino prodigio, esibendosi quando aveva dieci anni di fronte a Ronald Reagan, Michail Gorbačëv (1988) e a Papa Giovanni Paolo II (1991). Durante il corso degli studi, ha partecipato a numerosi concorsi internazionali di violino, a partire dal Concorso Jaroslav Kocián. Poi, in rapida successione dal 1993 al 1994, ha vinto premi in dieci concorsi. Si aggiudica il terzo premio del Menuhin Competition (Inghilterra), si qualifica tra i finalisti al Queen Elisabeth Competition (Belgio) e vince il premio Rodolfo Lipizer (Italia). Ha partecipato due volte al Premio Paganini (Italia) e due volte al Concorso Tibor Varga (Svizzera), qualificandosi tra i finalisti. Si è classificato quarto al Joseph Joachim International Violin Competition, ha vinto il Concorso Louis Spohr (entrambi, in Germania) e ha vinto il secondo premio all’International Violin Competition of Indianapolis. Ha completato gli studi con Dorothy DeLay presso la Juilliard School di New York nel 1998, collaborando negli anni successivi in qualità di assistente di Itzhak Perlman sempre presso la Juilliard School. Nel 2006 è entrato a far parte della facoltà dell’Università dell’Illinois. Dal 2011 insegna anche presso la facoltà musicale dell’Università di Belgrado.”

Grande apprezzamento da parte del pubblico.

 

Gabriel Faure:

Pavane in re maggiore op.50

 

Franza Schubert

Sinfonia n.3 in re maggiore D 200

 

 

 

Coppelia

Magnifica rappresentazione alla Royal Opera House di Londra.

Gli artisti hanno raggiunto “la Bellezza” coinvolgendo tutto il pubblico.

Teatro gremito fino all’ultimo posto.

Superba la performance di Mayara Magri nel ruolo di Swanilda e Cesar Corrales in quello di Franz. Bravissimi gli artisti del Royal Ballet: una tecnica perfetta.

Il balletto si svolge in un piccolo villaggio della Galizia, regione boscosa nei Carpazi dell’Europa centrale.

Atto I: La piazza del villaggio

Piazza del villaggio, con due case ai lati. Una è quella del Dottor Coppélius (Spalanzani nel racconto di Hoffmann), uno strano personaggio, fabbricante di giocattoli un po’ mago, e l’altra è di Swanilda, un’adolescente che vive lì con i suoi genitori, fidanzata di Franz.

 

Swanilda, uscendo, vede qualcosa di strano. Al balcone della casa del Dottor Coppélius vi è una bellissima ragazza seduta a leggere un libro. Potrebbe essere la misteriosa figlia di Coppélius che nessuno in villaggio ha mai visto. Swanilda cerca inutilmente di attirare la sua attenzione ma vedendo arrivare Franz si nasconde per fargli una sorpresa. Appena Franz entra nella piazza, la sua attenzione è catturata da Coppélia: Franz si dimostra galante e le lancia un bacio. Swanilda esce dal suo nascondiglio e si agita contro Franz in preda alla gelosia.

Adeline Genée in Coppélia (Londra, 1900)

Intanto la piazza del villaggio si riempie, il borgomastro deve fare un importante annuncio: il duca del castello vicino ha donato una nuova campana per la chiesa e il giorno seguente si organizzerà una festa in suo onore. A chi si sposerà il giorno seguente il duca donerà una borsa piena d’oro. Swanilda danza con le amiche e poi raccoglie una spiga: una vecchia leggenda dice che se una ragazza sente il grano risuonare nello stelo della spiga, significa che l’amore del suo spasimante è vero. Swanilda non sente però nulla e si convince che Franz non la ami.

Gli abitanti del villaggio ballano una brillante mazurca e i nobili un’elegante czardas.

La sera si avvicina e la piazza si svuota, Coppélius esce di casa e si allontana non accorgendosi di aver perso la chiave. Swanilda e le sue sei amiche arrivano poco dopo, vedono la chiave e decidono di entrare nella casa del Dottor Coppélius: Swanilda vuole assolutamente scoprire chi è Coppélia. Dopo poco Coppélius torna indietro, scopre che la porta è stata aperta e decide di tendere una trappola agli intrusi. Nel frattempo anche Franz, con una scala, si intrufola in casa entrando dal balcone

Atto II: Un laboratorio

Scena I

Laboratorio del Dottor Coppélius.

Tutto è buio e misterioso, in un angolo vi è una tenda dietro la quale Swanilda trova Coppélia, sempre seduta a leggere un libro. Toccandola, Swanilda scopre che la causa di tutte le sue gelosie è in realtà una bambola meccanica. Esultando di gioia, le amiche mettono in moto tutte le bambole meccaniche presenti nel laboratorio ma proprio in quel momento Coppélius irrompe nella stanza e scaccia le ragazze. Solo Swanilda non riesce a fuggire e si nasconde dietro la tenda prendendo il posto di Coppelia. A quel punto entra Franz dalla finestra e dichiara a Coppélius il suo amore per la figlia. Il mago prima lo caccia, ma poi cambia idea e lo invita a bere del buon vino che in realtà è narcotizzato.

Franz cade addormentato e Coppélius gli porta vicino la sua bambola (in realtà ora è Swanilda) sperando di riuscire, attraverso le arti magiche, a trasferire la vita da Franz a Coppelia. Swanilda sta al gioco e incanta il mago con una danza spagnola e una danza scozzese. Alla fine Swanilda sveglia Franz, lo mette al corrente dell’inganno e scappano dal laboratorio mentre Coppélius abbraccia sconsolato il suo manichino.

Scena II

Nella piazza del villaggio si svolgono i festeggiamenti per la consegna della campana. Alcune coppie si sposano, tra queste anche Franz e Swanilda. Seguono i festeggiamenti con varie danze (Danza delle Ore, Preghiera, Alba, Gavotta).