Teatro

Ferito a Morte

Piccolo Teatro Strehler

Un racconto che dura il breve arco di una mattina, ma che si dipana attraverso undici anni di vicende, dal 1943 al 1954. Una polifonia di punti di vista, personaggi, voci, dialoghi, descrizioni e storie che hanno come palcoscenico Napoli, la città che «ti ferisce a morte o t’addormenta». Un romanzo, ormai un classico della letteratura italiana, sulla lotta tra natura e storia, sugli amori mancati, sui ritorni e i rimpianti, ma anche un capolavoro di stile, di suono e di musica in cui, come ammette l’autore, «il vero protagonista è il tempo: il tempo della giovinezza».
Roberto Andò affronta Ferito a morte di Raffaele La Capria, Premio Strega nel 1961, in una versione per il teatro creata da Emanuele Trevi, vincitore dello stesso riconoscimento a sessant’anni di distanza. «Come ogni racconto del tempo che passa – spiega il regista – il romanzo di La Capria, in modo del tutto originale e unico, è attraversato dai fantasmi della Storia. In questo senso è anche un libro sul fallimento della borghesia meridionale, sul marciume corrosivo del denaro, sullo sciupio del sesso, sul disfacimento della città all’unisono con chi la abita, sulla logorrea e la megalomania, sul piacere di apparire e fingersi diversi da come si è. Soprattutto è una storia, come ha scritto Leonardo Colombati, che non ha principio né fine. Per adattare (parola che da sempre mi sembra imprecisa o inadeguata) questo grande romanzo al teatro ho chiesto l’aiuto di uno scrittore come Emanuele Trevi, da sempre dedito nei suoi bellissimi libri a riportare in vita ciò che è scomparso, a riacciuffare quel punto della vita che altrimenti sarebbe condannato a svanire per sempre».

Durata: 120’ senza intervallo

Dopo diversi tentativi falliti, finalmente Roberto Ando’ (regista} e Emanuele Trevi (adattatore) riescono a trasporre in versione teatrale il capolavoro di Raffaele la Capria che nel 1961 vinse il premio Strega.

Lo spettacolo e’ un riproporre le conversazioni, ricordi e i luoghi evocati da una persona che sta lasciando Napoli per trasferirsi a Roma e fa un bilancio della propria vita.

In scena appaiono ben 16 attori prevalentemente napoletani che si esprimonmo nel “napoletanese” di Raffaele La Capria. Si prende in considerazione non il popolo, ma la borghesia napoletana e spesso si fa riferimento al “circolo”, luogo d’incontro di svago e di dipendenza dal gioco.

Insomma un classico il libro ed un successo la rappresentazione teatrale.

I pomeriggi musicali

Sabato 22 ottobre 2022 Teatro dal Verme

Davvero strabiliante la performance del violoncellista Andrea Favalessa, che si e’ esibito nella parte centrale del programma e cioe’ Caikovski Variazioni su un tema per violoncello ed orchestra.

M il figlio del secolo uno spettacolo di Massimo Popilizio

Il due febbraio ho assistito alla prima di questa rappresentazione teatrale di Massimo Popolizio, che si e’ ispirato al primo libro di Antonio Scurati ( vedi nella sezione libri questo testo relativo al periodo 1919-24 e il secondo  libro: L’uomo della Provvidenza, che giunge fino al 1939). Un’opera questa che ha visto l’impegno in scena di ben 17 attori. Vengono anche proiettati filmati  e brani i musica dell’epoca.

Opera molto impegnativa del Popolizio, che interpreta Mussolini “il Teatrante”. L’ottimo Tommaso Ragnominvece interpreta il dittatore nel corso degli anni presi in considerazione. Da segnalare infine Tommaso Esposito, che con passione recita il ruolo di Matteotti. Lo spettacolo in due atti dura circa 3 ore, che assorbono lo spettatore,  coinvolgendolo completamente nella rappresentazione.

il pubblico molto numeroso, con una vasta partecipazione di giovani, ha tributato agli attori scroscianti appalusi, esprimendo un sincero apprezzamento.

Tommaso Ragno

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Pomeriggi Musicali 15 gennaio 2022

Molto piacevoli le nove brevi esecuzioni di Sibelius.

La vera sorpresa e’ avvenuta nella seconda parte, allorche’ ha suonato divinamente al violino Andrea Obiso. Il pubblico al termine gli ha tributato una serie di sentitissimi applausi. Anche il pezzo poi concesso da assolo, ha avuto successo.

Di seguito una breve biografia dell’artista.

Andrea, primo violino nell’elite della musica

Obiso, di Palermo, ha vinto un concorso per l’orchestra romana di Santa Cecilia

 

Andrea Obiso, 25 anni, originario di Palermo, è da poco diventato il primo violino dell’Orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia, una delle più antiche istituzioni musicali nel mondo, fondata addirittura nel 1585. Si affianca a Carlo Maria Parazzoli. Il suo debutto è avvenuto all’Auditorium del Parco della Musica di Roma in un concerto diretto dalla finlandese Susanna Malkki con un solista anche lui giovanissimo: il pianista Alexander Malofeev.

Il primo approccio alla musica, come racconta Balarm, avviene a 7 anni, quando il ragazzo, ancora bambino, mette piede al Conservatorio. Amplificata da quella dei genitori (la mamma è pianista, il papà violinista), la passione si amplifica. Così, ad appena 14 anni, dopo aver debuttato da solista nell’Orchestra Sinfonica Siciliana, Obiso si diploma in Musicologia al conservatorio “Scarlatti” di Palermo con menzione d’onore. Un titolo che qualche tempo dopo, e sempre pieni voti, conseguirà persino al conservatorio di Maastricht, in Olanda.

Obiso, che nel tempo libero si dedica alla pesca con gli ex compagni di scuola palermitani, è stato tra i più giovani allievi ammessi all’Accademia Musicale Chigiana di Siena, nel 2016, dopo essere stato notato come talento dal celebre violinista Boris Belkin, suo mentore. Poi arriva il grande viaggio negli States, dove Andrea frequenta il “Curtis Institute Of Music” di Philadelphia nella classe dei maestri Aaron Rosand e Midori Goto. Obiso vive tuttora nella città di Balboa, dove insegna come coach alla NY University. Il 18 gennaio scorso, però, la grande notizia: Obiso si aggiudica il concorso di violino di spalla dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Ha battuto la concorrenza degli altri 80 violinisti in gara. “Questa audizione è stato davvero frutto del caso – ha spiegato a Balarm – perché, da pochissimo, uno dei due leader dell’orchestra aveva deciso di abbandonare la sedia per motivi personali e così l’Accademia ha bandito il concorso per riempire la poltrona vacante. Il mio obiettivo è quello di diventare un musicista sempre più completo, in tutti gli ambiti della musica. Saper essere poliedrici è fondamentale perché la flessibilità è una caratteristica che aiuta sia nella vita personale sia nella musica ad esprimersi liberamente”.

 

Paolo Mandarà

Tchaikowski Beethoven Pomeriggi Musicali

Sab. 10 Aprile

Direttore  Alessandro Cadario

Violino Giuseppe Gibboni

Tchaikowski

Cocerto per violino e orchestra in re maggiore op. 35

Beethoven

Sinfonia n.3 in mib maggiore Op. %% “Eroica”

Alessandro Cadario
direttore e direttore ospite principale

Alessandro Cadario è Direttore Ospite Principale dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali dal 2016. Ha diretto nelle stagioni dei principali enti lirici e festival italiani e internazionali; ha diretto importanti orchestre, tra cui il Coro e l’Orchestra del Teatro Regio di Torino, l’Orchestra Filarmonica della Fenice, l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, l’Orchestra del Teatro Carlo Felice, l’Orchestra del Teatro Massimo di Palermo. Ha attirato l’attenzione di pubblico e critica nel 2014, in occasione del suo debutto alla Società del Quartetto di Milano e nel 2015 nella stagione dell’Opera di Firenze e del Teatro Petruzzelli. Sempre nel 2015 ha debuttato al Teatro alla Scala di Milano. Nel 2017 è stato scelto dalla Presidenza del Senato per dirigere il prestigioso concerto natalizio, trasmesso in diretta su RAI 1 dall’Aula del Senato e all’oggi, ha all’attivo collaborazioni con solisti come Mario Brunello, Alessandro Carbonare, Gautier Capuçon, Giovanni Sollima, Francesca Dego e Roman Simovic.

 

 

Giuseppe Gibboni

“Giuseppe Gibboni è uno dei talenti più straordinari che abbia conosciuto. Possiede un’intonazione perfetta, una tecnica strabiliante in tutti suoi aspetti, un suono molto affascinante e una musicalità sincera. Sono sicuro che avrà tutti i successi che merita.” (Salvatore Accardo)

Nato nel 2001, inizia lo studio del violino a tre anni con il padre. Si diploma a quindici anni con Lode e Menzione d’Onore presso il Conservatorio di Salerno. Studia con Salvatore Accardo e Pavel Berman. Ha partecipato a numerosi concorsi nazionali ed internazionali classificandosi sempre al primo posto (Crescendo Agimus Firenze, XXIII Concorso Internazionale Violinistico Postacchini, International Competition L. Kogan Bruxells, International Music Competition Dinu Lipatti). Ha ottenuto il terzo premio (primo non assegnato) al prestigioso Enescu International Violin Competition di Bucarest. Si è esibito come solista in sale prestigiose quali: Festival Al Bustan di Beirut; Sala Čhaikovskij di Mosca; Sala Royale del Conservatorio di Bruxelles. Nel 2016 ha vinto il programma di RAI Prodigi – La Musica è Vita. Ha inciso un CD con la casa discografica Warner Classics.

Suona un violino Giovanni Francesco Pressenda (1827).

 

 

Dirige Chung Myung-whun alla Scala.

Spettacolo in streaming meraviglioso. 31 marzo 2021 su rai 5.

In platea hanno sistemato, a debita distanza, gli archi poi su una gradinata i fiati ed i tamburi. I cantanti in fondo e nei parchi  il coro.

Prima volta che sento i musicisti del teatro, che hanno dato una prova eccezionale del loro talento. Eccezionale  il direttore Chung che ci ha regalato una superba performance. Credo sia il concerto piu’ bello al quale abbia assistito.

Programma:

Franz Joseph Haydn Sinfonia n. 44 in mi min. “Trauersinfonie” Hob. I/44

Allegro con brio

Menuetto

Adagio

Finale. Presto

Gioachino Rossini Stabat Mater

Cuius animam

Quis est homo

 

Pro peccatis

Eia, Mater

Sancta Mater

Fac ut portem

Inflammatus

Quando corpus

Amen

 

Rosa Feola, soprano

Veronica Simeoni, mezzosoprano

René Barbera, tenore

Alex Esposito, basso

Chung Myung-whun

 

Coro

Coro

Rene’ Barbera tenore

Rosa Feola soprano

Veronica Simeoni mezzosoprano

Alex Esposito basso

Profilo maestro Chung

Ha iniziato la sua carriera musicale come pianista, debuttando all’età di 7 anni con la Seul Philharmonic. Nel 1974ha vinto il secondo premio al concorso pianistico Čajkovskij di Mosca. Ha completato gli studi musicali alla Juilliard School di New York e nel 1978 è diventato assistente di Carlo Maria Giulini alla Los Angeles Philharmonic e poi direttore associato presso la stessa orchestra.

Dal 1984 al 1990 è stato direttore musicale dell’Orchestra della Saarländischer Rundfunk; dal 1987 al 1992direttore ospite principale del Teatro Comunale di Firenze; dal 1989 al 1994 direttore musicale dell’Opéra Bastille, dal 1997 al 2005 direttore principale dell’Orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia e nel 1999 della KBS Symphony Orchestra in Corea del Sud. Dal 2000, inoltre, ha assunto la direzione musicale dell’Orchestre Philharmonique de Radio France fino al 2015, dal 2001 al 2010 è Special Artistic Adviser della TokyoPhilharmonic Orchestra della quale dal 2011 è Direttore Onorario e dal 2005 della Seul Philharmonic Orchestra. Dal 2006 collabora costantemente con l’Orchestra Filarmonica della Scala di Milano e con l’Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia. Nella stagione 2012/2013 Myung-whun Chung è il Direttore Ospite Principale della Sächsische Staatskapelle Dresden.

Ha diretto le più prestigiose orchestre europee e statunitensi, fra cui i Berliner Philharmoniker, il Concertgebouwdi Amsterdam, la London Symphony Orchestra e la London Philharmonic, i Münchner Philharmoniker, l’Orchestre National de France e l’Orchestre de Paris, l’Orchestra Filarmonica della Scala, i Wiener Philharmoniker, la Boston Symphony Orchestra, la Chicago Symphony Orchestra, la Cleveland Orchestra, la New York Philharmonic e la Philadelphia Orchestra.

Nel 1985 dirige la prima esecuzione assoluta nel Saarländisches Staatstheater di Saarbrücken della Sinfonia n. 3 di Isang Yun.

Nel Metropolitan Opera House di New York dirige la ripresa di “Simon Boccanegra” di Giuseppe Verdi con Anna Tomowa-Sintow nel 1986Madama Butterfly con Leo Nucci nel 1988 e Don Carlo nel 1997.

Nel Teatro Comunale di Firenze dirige la ripresa di “Simon Boccanegra” con Maria Chiara e Giorgio Zancanaronel 1988 e la prima rappresentazione di “La leggenda dell’invisibile città di Kitež e della fanciulla Fevronija” di Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov con Sara Mingardo nel 1990.

Nel Teatro alla Scala di Milano dirige un concerto con Salvatore Accardo trasmesso su Retequattro e tre con l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino nel 1989, altri concerti nel 1990, un concerto nel 1991, un concerto con Shlomo MintzLady Macbeth del Distretto di Mcensk, un concerto di Cecilia Bartoli nel 1992, un concerto nel 1993, suona inoltre nel Trio Chung, come pianista, insieme alle sorelle Kyung-wha Chung (violino) e Myung-wha Chung (violoncello) in un concerto nel 1994, un concerto con la Philharmonia OrchestraSalomè (opera) e tre concerti nel 1995, due concerti con Thomas Allen con musiche di Gustav Mahler nel 1996, due concerti nel 1997, due concerti con Stanislav Bunin nel 1998, tre concerti con Alexander Toradze con musiche di Rachmaninov nel 1999, quattro concerti nel 2000, un concerto al Teatro degli Arcimboldi nel 2003, un concerto agli Arcimboldi nel 2004, un concerto nel 2005, un concerto nel 2006Madama Butterfly con Fiorenza Cedolins ed un concerto con la London Symphony Orchestra nel 2007, un concerto con Vadim Repin ed il Concerto di Natale trasmesso da Rai 1Idomeneo (opera) ed infine un concerto nel 2009.

Nel Teatro La Fenice di Venezia dirige due concerti nel 1989, suona inoltre nel Trio Chung, come pianista, insieme alle sorelle Kyung-wha Chung (violino) e Myung-wha Chung (violoncello) in un concerto nel 1991 ed uno nel 1994, dirige un concerto nel 1995, la Sinfonia n. 3 (Mahler) nel 2003 e la Sinfonia n. 7 WAB 107 di Anton Bruckner nel 2007. Nell’estate 2013 dirige Otello (Verdi) nel Palazzo Ducale (Venezia) in un allestimento esclusivo del Teatro La Fenice con Coro e Orchestra del Teatro veneziano con Gregory KundeLucio GalloCarmela Remigio ed Antonio Casagrande e nel 2014 Simon Boccanegra con Giacomo PrestiaMaria Agresta e Francesco Meli trasmessa da Rai 5.

Artista esclusivo della Deutsche Grammophon dal 1990, le sue numerose incisioni hanno spesso ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti della critica musicale.

La sua discografia include, tra l’altro, una serie dedicata alla musica sinfonica di Dvořák, realizzata con i Wiener Philharmoniker, ed una dedicata alla musica sacra con l’Orchestra di Santa Cecilia.

Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti per la sua attività artistica, tra cui, in Italia, il Premio Franco Abbiati della Critica Musicale Italiana e il Premio Arturo Toscanini. Nel 1991 è stato nominato “Artista dell’anno” dall’Associazione dei Teatri Francesi e l’anno dopo, nel 1992, il governo francese gli ha conferito la Legion d’Onore per il contributo dato all’Opéra di Parigi. Nel 1995 è stato insignito tre volte del Premio “Victoire de la Musique” e nel 2002 è stato nominato accademico onorario dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Parallelamente alla sua attività musicale, Myung-whun Chung è impegnato in iniziative di carattere umanitario e di salvaguardia dell’ambiente. Dal 1992 è Ambasciatore per il Drug Control Program alle Nazioni Unite (UNDCP). Nel dicembre 1995 è stato nominato Man of the year dall’UNESCO e nel 1996 il governo della Corea gli ha conferito il Kumkuan, il più importante riconoscimento in campo culturale del suo paese. Attualmente ha l’incarico di Ambasciatore onorario per la cultura per la Corea, il primo nella storia del governo del suo paese.

Nel 1992 dirige la ripresa nel Teatro alla Scala di Milano di “Lady Macbeth del Distretto di Mcensk” di Dmitri Dmitrievich Shostakovich.

Nel 1997 dirige Otello al Royal Opera House di Londra.

Nel 2001 dirige Tannhäuser (opera) all’Accademia nazionale di Santa Cecilia.

Nel 2002 dirige l’inaugurazione a Roma della Sala Grande del nuovo Auditorium Parco della Musica con un concerto.

Nel 2005 dirige musiche di Beethoven al Teatro Massimo di Palermo.

Al Wiener Staatsoper nel 2011 dirige Simon Boccanegra con Fiorenza Cedolins, nel 2013 Tristan und Isolde e nel 2014 Tannhäuser.

Nel 2012 dirige la Boheme con Vittorio Grigolo e Inva Mula a Orange. All’Arena di Verona e nel cortile di Palazzo Ducale a Venezia dirige nel 2013 la Messa di Requiem di Verdi, dirigendo una compagina formata dalle orchestre e dai cori dell’Arena di Verona e del Teatro La Fenice, nell’anno del bicentenario verdiano e del centenario del festival lirico e Tristan und Isolde a Tokyo.

Nel 2014 dirige Otello con Roberto Alagna nel Teatro romano di Orange.

Nel 2016 dirige la Sinfonia No.9 di Beethoven nell’Open Air Theatre di Milano Expo.

Il 26 maggio 2017 dirige l’Orchestra filarmonica della Scala al Concerto in onore dei Capi di Stato e di Governo e delle Delegazioni Ufficiali partecipanti al vertice G7 di Taormina nel Teatro Greco.

Il 1º gennaio 2020 è chiamato nuovamente a dirigere per il terzo anno consecutivo il tradizionale concerto di capodanno del teatro La Fenice di Venezia.

 

 

Mozart Haydn Pomeriggi musicali

Mozart Sinfonia n 39 K 543 Il Canto del Cigno

Haydn Sinfonia 104 “Salomon”

Direttore Diego Fasolis

Coro della RTV Lugano

Orchestra I Pomeriggi Musicali

Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791)
Sinfonia n. 39 in mi bemolle maggiore “Schwanengesang” (Canto del cigno), K 543

  1. Adagio, Allegro (mi bemolle maggiore)
  2. Andante con moto (la bemolle maggiore)
  3. Minuetto e trio. Allegretto (mi bemolle maggiore)

 

Franz Joseph Haydn (1732 – 1809)
Sinfonia 104  in re maggiore “Salomon” Hob: I:104

  1. Adagio (re minore); Allegro (re maggiore)
  2. Andante (sol maggiore)
  3. Minuetto. Allegro (re maggiore) e Trio (si bemolle maggiore)
  4. Finale: Spirituoso (re maggiore)

 

I due titoli in programma rappresentano il congedo dei rispettivi Autori, i massimi sinfonisti del Settecento, dalla composizione più ambiziosa elaborata dal loro secolo per l’orchestra. Se nel caso di Haydn si tratta propriamente del titolo estremo d’una lunga serie, la sinfonia di Mozart è il primo e meno noto pannello della grande trilogia (completata dalla Sinfonia in sol minore K. 550 e dalla «Jupiter» K. 551, quest’ultima altrettanto in programma in questa stagione) con cui il compositore trentaduenne saldò precocemente i conti con il genere sinfonico nell’estate 1788. Due congedi, scevri tuttavia di qualsiasi malinconia, anzi vibranti di luce ed energia, capaci di dar vita a un brillante teatro sonoro, e perfettamente coerenti nelle analogie tra i rispettivi primi tempi preparati da un’introduzione lenta, e nell’invenzione trascinante dei Finali. Si comincia con l’esito estremo del sinfonismo haydniano, quella Sinfonia n. 104 con cui il supremo fautore del genere nel Settecento coronò, col dodicesimo lavoro composto per Londra («The 12th which I have composed in England», recita l’autografo, insieme alla precisazione in italiano «di me giuseppe Haydn mpria [manu propria] 795 London»), quasi quarant’anni di scrittura sinfonica e insieme un intero lustro di soggiorni in Inghilterra. Destinata al nuovo, eterogeneo e vasto pubblico delle sale da concerto, diretta trionfalmente dall’Autore stesso il 4 maggio 1795 nell’ultimo concerto a beneficio del compositore, cui fruttò ben 4000 fiorini, l’ultima sinfonia di Haydn maschera la sapiente complessità costruttiva (le relazioni fra i temi, ad esempio) con un’eloquenza estroversa e solenne che chiama in causa l’orchestra classica nel suo organico pieno, completo di clarinetti, trombe e timpani. L’ascoltatore vi viene introdotto attraverso il portale d’un Adagio in re minore, meditazione severa non distante nei suoi paramenti a lutto dal capolavoro quaresimale delle Ultime parole di Cristo sulla Croce. E tuttavia è proprio da questo clima contrita che scaturisce per contrasto – con un capovolgimento modale Re minore / Re maggiore analogo a quello che otto anni prima aveva caratterizzato l’ouverture del Don Giovanni di Mozart – l’impeto del primo, fondamentale tema del complesso Allegro. Questa prima grande pagina sinfonica cederà il passo di volta in volta alla serenità d’un Andante tripartito che sottopone a variazioni un tema minimalista, a un Minuetto vivificato da un Trio non ignaro di contrappunto, per concludersi con un Finale Spirituoso che, su un memorabile bordone di corni e violoncelli, esalta un temino popolaresco derivato da una ballata croata, pietra angolare d’un edificio sonoro raramente concepito in termini tanto grandiosi come compimento d’una sinfonia.

Forse scritta per un’ipotetica occasione concertistica che probabilmente non si realizzò, la Sinfonia in Mi bemolle maggiore K. 543, compiuta il 26 giugno 1788, coniuga in termini altamente originali la grandiosità d’un disegno di neoclassico nitore, dal carattere spiccatamente pubblico e dall’eloquenza immediata e aperta, con i tratti più raffinati di uno stile maturo dedito a un ideale artistico personale, appartato rispetto ai gusti della committenza. Un ideale di bellezza apollinea straordinariamente remoto dalla situazione contingente in cui versavano le sorti del compositore, ormai lontano dall’effimero idillio con la società viennese che l’aveva illuso pochi anni prima. Un solenne Adagio cerimoniale di teatrale drammaticità accoglie anche qui l’ascoltatore con quella nobile, quieta semplicità associata presso Mozart, nei concerti per pianoforte come nel Don Giovanni e nel Flauto magico, alla tonalità di Mi bemolle maggiore. In questa introduzione tripartita si assiepano, cifra inconfondibile dello stile tragico, austeri ritmi puntati e sciabordate violente degli archi, mentre ai fiati spetta insidiare la serenità dell’armonia. Da questo sfondo austero sorge alato il primo tema dell’Allegro, affidato alle corde dei violini I, fino all’esplosione dell’intera orchestra in uno slancio sinfonico dall’empito eroico. Il II tema vive di una delicatezza quasi estenuata, suddiviso tra un oscillante nastro di crome dei violini e la risposta per note ribattute dei legni. L’Andante con moto in La bemolle maggiore si offre all’ascolto come una creatura dal volto enigmatico, una settecentesca figura velata. Nella calma d’un ritmo di marcia trasfigurato lievita insensibilmente il tema esposto ai violini. In questa forma sonata priva di Sviluppo, il secondo tema, in drammatico fa minore, si materializza nel dialogo tra coppie di fiati, viole e bassi nell’atmosfera sinistra stabilita dal tremolo dei violini. Nella Ripresa, affidata all’orchestra al completo, Mozart introduce una modulazione del tutto imprevista nella tonalità remota di Si maggiore. Il Menuetto (Allegretto) è costituito un tempo di danza di respiro sinfonico grandioso, che alterna la compattezza dell’orchestra piena con la delicatezza della scrittura per soli archi. Il Trio propone il tenero incanto dei legni, perforato a due riprese la melodia popolaresca del clarinetto, prima della canonica ripresa del Menuetto. Il Finale (Allegro) è affidato a una memorabile, magnifica invenzione di haydniana levità: un agilissimo tema giocoso che crepita sotto la pelle, esposto dai soli violini I con l’accompagnamento dei II, ma ben presto raccolto e amplificato dall’orchestra al completo. Una cadenza fragorosa lascia il passo, in questa fittizia forma sonata (di fatto monotematica), a un sedicente II tema, costituito in realtà dalla semplice trasposizione del I in Si bemolle, proposto dai violini col discreto contributo dei legni. La Ripresa, che recluta fin dall’inizio i fiati, ribadisce l’appartenenza alla regione di Mi bemolle dell’unico tema ubiquo cui spetta, immancabilmente, l’ultima parola.

Raffaele Mellace

 


Diego Fasolis
direttore

Riconosciuto nel mondo come uno degli interpreti di riferimento per la musica storicamente informata, unisce rigore stilistico, versatilità e virtuosismo. Ha studiato a Zurigo, Parigi e Cremona, conseguendo quattro diplomi con distinzione. Ha iniziato poi la sua carriera come concertista d’organo, eseguendo più volte l’integrale di Bach, Mozart, Mendelssohn, Liszt.

Nel 1993 è stato nominato Direttore stabile dei complessi vocali e strumentali della Radiotelevisione svizzera. Dal 1998 dirige I Barocchisti, ensemble con strumenti storici da lui fondato insieme alla moglie Adriana Brambilla, prematuramente scomparsa, alla quale ha dedicato nel 2013 una Fondazione benefica per il sostegno di giovani musicisti. Ha collaborato con Cecilia Bartoli in registrazioni audio e video e importanti tournée internazionali.

Nel 2016 la Scala gli ha affidato la creazione di un’orchestra con strumenti originali, che ha diretto nel Trionfo del Tempo e del Disinganno. Sempre nel 2016 ha raccolto l’eredità di Nikolaus Harnoncourt, eseguendo tre volte la Sinfonia n. 9 di Beethoven al Musikverein di Vienna.

Nel 2011 Papa Benedetto XVI gli ha conferito un dottorato honoris causa per il suo impegno nell’interpretazione di musica sacra.

Vanta un’imponente discografia comprendente più di cento titoli con cui ha ottenuto numerosi dischi d’oro nomination ai Grammy Awards.

 

 

Mozart Pomeriggi musicali

Sabato 27 febbraio 2021

Direttore Alessandro Bonato

Clarinetto Marco Giani

Concerto per clarinetto e orchestra K622

Sinfonia n.38 “Praga”.

Davvero superba la performance del clarinettista Marco Giani.

Marco Giani

Clarinetto

Primo clarinetto dei Pomeriggi Musicali di Milano, si è diplomato con il massimo dei voti e lode con Nicola Bulfone, e poi laureto con Luigi Magistrelli. Vincitore in numerosi Concorsi Nazionali e Internazionali, si è inoltre distinto al prestigioso Concorso Internazionale ARD di Monaco 2012.In qualità di solista si è esibito con importanti orchestre quali: Münchener Kammerorchester (ARD), Kapelle Dresden Solisten, Deutsche Staatsphilharmonie Rheinland-Pfalz, I Pomeriggi Musicali, Staatskapelle Halle, e importanti direttori fra cui: Weller, Branny, Rustioni, Altstaedt, Calderon, Caballé-Domenech.Marco Giani ha suonato in alcune fra le più importanti sale concertistiche in Europa, Canada e USA: Musikverein di Vienna, Semperoper di Dresda, Konzerthaus Berlin, Teatro San Carlo di Napoli, Louise M. Davies Symphony Hall di San Francisco, Toronto Roy Thomson Hall, Carnegie Hall di New York. Ha collaborato con numerose orchestre italiane e straniere sotto la direzione di Metzmacher, Gatti, Muti, Sanderling, Eschenbach, Zacharias, von Dohnanyi, Gergiev. Nel 2014 ha pubblicato con Naxos 2 CD dedicati a Ernesto Cavallini.

Pomeriggi Musicali Dal Verme 06/2/2021

Maestri della sintesi
Stravinskij, Dumbarton Oaks
Kodaly, Nyáry Este (Sera d’estate)
Mozart, Sinfonia n. 41 in do magg. K 551 “Jupiter”

Direttore: Ryan McAdams
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Note di sala

Igor Stravinskij (1882-1971)
Concerto in Mi bemolle maggiore “Dumbarton Oaks”

I: Tempo giusto
II: Allegretto
III: Con moto

Zoltan Kodály (1882-1967)
Nyáry este (Sera d’estate) IZK 28

Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791)
Sinfonia n.41 in do maggiore, K551 “Jupiter”

I: Allegro vivace
II: Andante cantabile
III: Menuetto: Allegro
IV: Molto allegro


Maestri della sintesi

Due dei tre lavori in programma, opera di figure chiave della nostra civiltà musicale, Mozart e Stravinskij, si prefiggono un obiettivo ambizioso: una riflessione sull’identità culturale della musica europea. Entrambi mettono infatti a confronto la parola del singolo con la tradizione da cui questi deriva, facendo così emergere tutta l’individualità di scrittura e il mondo espressivo di questi grandi autori. Commissionato dai mecenati Robert e Mildred Woods Bliss per celebrare il 30° di matrimonio, il Concerto in Mi bemolle maggiore per orchestra da camera – composto in Francia nel 1937/38 e diretto a Washington l’8 maggio 1938 da Nadia Boulanger (con l’Autore in Europa a curare la tubercolosi) – prende il nome dalla tenuta della coppia, Dumbarton Oaks, Distretto di Columbia, dove Stravinskij era stato ospite. Non è però la natura il riferimento fondamentale bensì la storia della musica: in particolare i Concerti brandeburghesi di Bach, di cui la partitura moderna vuole costituire un omaggio e un omologo. Lo denunciano lo spirito cameristico e concertante, sin dalla selezione di 15 strumenti (3 legni, 2 corni e 10 archi) che richiama la concezione della raccolta bachiana, intitolata in origine «concerts avec plusieurs instruments»; la sonorità primosettecentesca (sola eccezione il clarinetto); la ripresa, già praticata da Hindemith, dell’inesorabile meccanismo motorio dei tempi estremi; l’adozione, sin dall’attacco, dell’euforico ritmo anapestico (due brevi in levare, una lunga accentuata in battere), in Bach simbolo festivo. Non ne discende un pastiche né a un falso, bensì una partitura originale in cui, sulla scorta dell’estetica neoclassica discussa nel concerto del 14/16 gennaio per Pulcinella, il conflitto tra antico e moderno risulta in un sapore asprigno, convivenza paradossale e vitalissima di linee melodiche aguzze, contrasti metrici, accenti fuori sede: insomma, un’«asprezza cubista» (Giorgio Pestelli). Non manca lo spazio, come spesso in Stravinskij, per l’umorismo, la cui sede parrebbe l’Allegretto centrale, che nel disegno melodico esitante sembra rievocare un memorabile motto verdiano («Se Falstaff s’assottiglia»).

Fa invece i conti con l’espressione in presa diretta del sentimento il poema sinfonico Sera d’estate di Zoltán Kodály, scritto a 23 anni e presentato il 22 ottobre 1906 a Budapest. Debutto del compositore, poi anche grande etnomusicologo e didatta, nell’agone sinfonico, gli ottenne una borsa di studio per proseguire gli studi all’estero. Accantonato, venne ripreso nel 1929, quando fu rivisto dall’autore e dedicato a Toscanini, che lo diresse nel 1930 con la New York Philarmonic Orchestra. Kodály ne parlava, laconicamente, così: «Il titolo significa soltanto che il lavoro è stato concepito nelle sere d’estate, tra i campi di grano tagliato di recente, ascoltando il mormorio delle onde dell’Adriatico». Un ritratto dell’io dell’artista, dunque, più che non del paesaggio circostante. Composto in forma sonata, con classico senso dell’equilibrio, per un’orchestra ridotta, in una scrittura tardoromantica che accoglie elementi folklorici pentatonici estranei al sistema tonale, spalanca uno spazio sonoro evocativo già dall’apertura affidata alla melopea incantatoria del corno inglese, voce che rimarrà, con il flauto e tutta la sezione dei legni, costantemente in primo piano.

Non occorre il nomignolo di “Jupiter”, forse coniato dall’impresario Johann Peter Salomon, per individuare nell’ultima sinfonia mozartiana, completata il 10 agosto 1788, il valore di summa di un’intera esperienza compositiva, l’estremo contributo, benché a tre anni e 80 numeri di catalogo dalla scomparsa del compositore, al genere che Beethoven avrebbe consacrato come il più illustre della musica assoluta. Sintesi suprema di esperienze musicali, culturali ed esistenziali, la Jupiter lo è in sommo grado, con la sua perfetta convivenza di solenne e intimo, serio e faceto, dotto e cordiale, in un organismo che cela miracolosamente le giunture al punto da convincere l’ascoltatore che il fluire d’un linguaggio nel suo opposto sia naturale (anzi naturalissimo, chioserebbe Figaro). Si considerino solo due esempi: l’insinuarsi a sorpresa, nel grandioso I tempo (il cui assertivo attacco all’unisono è esaltato dalle terzine di semicrome ascoltate nello scorso concerto nella Sinfonia K. 318), di un petulante terzo tema, non indispensabile eppure poi fondamentale nello sviluppo e nella coda, tratto dall’aria per basso Un bacio di mano K. 541 che Mozart aveva scritto per l’opera buffa di Anfossi Le gelosie fortunate, in scena quell’anno a Vienna. La citazione, corrispondente ai versi «Voi siete un po’ tondo, / mio caro Pompeo; / l’usanze del mondo / andate a studiar», fa precipitare il livello stilistico, animando in compenso l’ambiziosa architettura sinfonica col bonario cicaleccio del teatro giocoso più alla moda: quasi l’irruzione, scrive Carli Ballola, d’«un Eros fanciullo sorpreso a strappare le penne dell’aquila» di Giove. All’altro capo della sinfonia, il tema che inaugura il Finale risale per li rami a un antico soggetto gregoriano, dal Magnificat del terzo tono, impiegato per secoli, anche da Mozart (nel Credo della Missa brevis K. 192), che qui lo colloca alla base di un tempo sì in forma sonata, ma innervato, tramite il ricorso ai procedimenti della fuga, d’un tale tasso di polifonia da proporre la combinazione in contrappunto multiplo di ben cinque idee tematiche, in una sintesi inedita tra aggiornato linguaggio sonatistico e antico e venerando magistero polifonico. Con la Jupiter Mozart non ci offre però solo un capolavoro di abbacinante, mirabile ingegneria compositiva risultante in una «grandiosa apoteosi, paragonabile a un vertiginoso trionfo tiepolesco» (Massimo Mila), ma eleva un messaggio tutto interiore di serena, olimpica utopia che trascende le sofferenze umane: il messaggio che troverà nel Flauto magico, sul limitare della morte, il sigillo definitivo.

Ryan McAdams
direttore d’orchestra

Ryan McAdams si sta velocemente affermando come uno dei direttori più versatili ed interessanti della sua generazione. Ugualmente apprezzato come direttore sinfonico, operistico e di musica contemporanea, nella stagione 2019/20 è tornato a collaborare con il Ravello Festival e con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI. Nell’autunno 2019, ha diretto la produzione di Les pêcheurs de perles per il Teatro Regio di Torino. Nella stagione 2020/21 dirigerà in Italia la Filarmonica del Teatro Comunale di Bologna, l’Orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano, di nuovo l’Orchestra Sinfonica Nazionale RAI e l’Orchestra Sinfonica Siciliana di Palermo. Grande sostenitore della musica contemporanea, Ryan McAdams è stato il direttore d’orchestra per il 103° anniversario della nascita di Elliott Carter al 92Y con Fred Sherry e Nicholas Phan – un concerto che è stato menzionato come uno dei migliori eventi di musica classica del 2011 dal New York Times; ha inoltre diretto in Irlanda la première dell’opera Il Secondo Violinista di Donnacha Dennehy, prima di portare la produzione al Barbican di Londra. Ryan McAdams ha studiato alla Juilliard School e all’Indiana University. È stato il primo vincitore assoluto del Sir George Solti Award come miglior direttore d’orchestra emergente e dell’Aspen-Glimmerglass Prize nella sezione operistica