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Bardelli Moda Uomo e donna

Credo che sia tra i migliori negozi di moda a Milano.

I prezzi sono ovviamente al top, ma si trovano delle occasioni durante il periodo dei saldi.

Riporto qui di seguito un articolo recentemente apparso sul giornale.

 

Bardelli, l’eleganza classica che non ha bisogno di spot

Dalla calza allo smoking, uno dei marchi più pregiati per l’uomo Ieri la scomparsa di Mario Boniello, tra gli storici fondatori

Antonio Lodetti – Gio, 14/07/2016 – 06:00

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Antonio Lodetti

Ci sono aziende che farebbero carte false per avere un minimo di spazio pubblicitario, e altre che basano tutto sulla comunicazione… Ce n’è una invece, un’azienda famigliare che dal 1942 è uno dei marchi più pregiati per l’abbigliamento da uomo, che rifugge ostinatamente i rapporti coi media. È M. Bardelli di Milano, un nome noto agli appassionati di eleganza di mezzo mondo che si mantiene sulla cresta dell’onda grazie alla qualità dei suoi prodotti e alla perfetta gestione «casalinga» della famiglia Boniello, anche se ieri la ditta ha perso tragicamente Mario Boniello, l’ultimo degli storici fondatori. Ora alla guida c’è Andrea, 34 anni, giovane e intraprendente manager che dalla calza allo smoking, dalla cravatta al cappotto passando per abiti e giacche pret a porter o su misura, Bardelli veste gli uomini dai gusti più classici e al tempo stesso raffinati. Un negozio che occupa due stabili (riuniti) in corso Magenta a Milano, fuori dalle rotte della moda ma frequentatissimo da personaggi in vista e business men internazionali. Niente pubblicità dunque e niente interviste, tranne questa chiacchierata amichevole seppur triste con Andrea Boniello, in un momento così difficile. «Il nostro segreto sta nel mantenere la tradizione di famiglia – dice Andrea – e nel mantenere costante nel tempo la qualità del prodotto. Con l’abbigliamento classico ci siamo fatti conoscere e con quello vogliamo continuare unendo la passione per l’artigianato alle più moderne tecniche di produzione». Così ci si fa conoscere in tutto il mondo riuscendo a stare lontano dai grandi gruppi industriali. «Noi siamo il prodotto. È il prodotto che ci rende unici e riconoscibili attraverso il passaparola. Abbiamo clienti che arrivano appositamente dagli Stati Uniti o dall’Australia e ci raccomandano ai loro amici. Così si muove il nostro business. Spesso creiamo abiti per il cinema; l’ultima volta è stata per un film di Luca Guadagnino, ma non vogliamo che sia segnalato nei titoli di coda. Anche quando i nostri clienti vip vengono fotografati fuori dal negozio con i nostri sacchetti, pretendiamo che sui giornali venga cancellato il nome del negozio. I nostri clienti vogliono tutelare la privacy: abbiamo persone, soprattutto straniere, che fanno persino togliere le nostre etichette dai capi». Una gestione fuori dal tempo quella di Bardelli, tutta giocata sulla forza dell’identità e dell’impegno di famiglia. «La nostra storia è così. Nel 1942, quando Milano era in ginocchio e tutti se ne andavano dalla città, mia nonna Matilde Bardelli aprì qui un piccolo negozio di cappelli proprio per dare un segnale positivo, di risveglio, e questa è rimasta la nostra filosofia. Dopo poco tempo entrò in negozio mio zio Giancarlo, conosciuto con il nome di battaglia di Gianco, che fu un pioniere nell’andare in giro per il mondo a scovare e importare tessuti e capi di abbigliamento che in Italia non si trovavano. Così abbiamo portato in negozio le prime stoffe inglesi di tweed o i primi cashmere e pian piano l’azienda si è ingrandita arrivano dove è ora, senza mai cambiare direzione. Lo zio Gianco è anche stato il primo a portare Ralph Lauren in Italia. L’ha incontrato a New york ad un pranzo organizzato da Gucci. Mi ricordo le file lunghissime davanti al negozio i primi tempi». Oggi che non c’è più «il Gianco» a fare da grande condottiero, Mario e il figlio Andrea – con il loro piccolo ma intraprendente staff – continuano a girare il mondo per cercare piccoli artigiani (soprattutto nelle isole della Scozia e del Regno Unito) che esprimano lo stile e la filosofia del negozio, all’insegna della tradizione che si coniuga con il rinnovamento. «Il nostro è l’abbigliamento classico per eccellenza, ma dobbiamo tenere conto che siamo nel 2016 quindi, con piccoli accorgimenti, ricerca di forme e tessuti, cerchiamo di mantenerci al passo con i tempi senza snaturarci. Il nostro nuovo motto è Bardelli tra tradizione e rinnovamento. Parecchi gruppi internazionali ci chiedono di entrare in società o di acquistare delle quote, ma noi andiamo avanti solo ed esclusivamente in famiglia. Ci hanno chiesto di aprire a New York in società, ma lo faremo più avanti, e solo con le nostre forze». Nel frattempo Bardelli ha il suo fiore all’occhiello sempre a Milano, in via Madonnina, nel cuore di Brera, dove dal 1986 è nato Cashmere Cotton & Silk, un salotto-bomboniera a forma circolare e a due piani («l’abbiamo fatto così per ricordare le aule delle antiche università inglesi») dove il cliente viene coccolato, in un ambiente raffinato, dal direttore Stefano Lonardi (responsabile anche degli acquisti e della scelta dei prodotti con Andrea Boniello) e dal suo staff.

Cravatte Marinella

Dalle camicie alle cravatte, da Napoli a Milano, si parla sempre di una tradizione tutta italiana ma molto amata anche all’estero: quale nonno, papà o marito non ha almeno una cravatta Marinella nell’armadio? Ecco, se fossi un uomo credo che ne avrei una collezione intera.. a pensarci bene, ne ho una collezione intera, solo che non le indosso. Le regalo.

Chiaro che parliamo sempre di gusto personale, ma 3 cose mi colpiscono delle cravatte Marinella:

i tessuti sono tutti realizzati in Inghilterra e catalogati per anno di produzione: chiedete in show-room di farvi vedere le bellissime sete vintage in tutti i colori possibili e immaginabili, se non ci credete.

– le cravatte possono essere fatte su misura, in base alla larghezza desiderata e soprattutto alla lunghezza del busto e alla dimensione del collo, evitando così che vi arrivino sopra all’ombelico, facendovi sembrare un po’ ridicoli o quanto meno instillando il dubbio in chi vi incontra che siate ingrassati ultimamente

– il tema ricorrente della maison è un piccolo fiore, declinato in tantissime varianti, dalle più romantiche, a quelle naif o astratte.

Per quanto riguarda il nodo, per me esiste solo quello inglese, e la cravatta dovrebbe essere larga non più di 8 cm, con l’eccezione del cravattino nero e stretto dei Blues Brothers. Sì, vi sento inorridire, ma secondo me slancia la figura.. pensate a John Belushi!

Se siete interessati a conoscere la storia della cravatta, delle sette pieghe con cui veniva realizzata per darle spessore, del retro, per il quale viene usato lo stesso tessuto pregiato del resto della cravatta, o volete anche solo curiosare, il sito è fatto molto bene. Se invece volete fare quattro passi dietro c.so Magenta, approfittatene per vedere i fregi dei locali del negozio, lo rendono speciale, soprattutto nel piccolo ingresso.

Ah, una chicca: lo sapevate che di giorno, in realtà, si dovrebbe indossare una cravatta chiara chiara, anche bianca, e che poi nel corso della giornata dovreste cambiarvela, perché a ogni orario corrispondono uno stile e una gradazione adatta? Ne ho fotografata una bianca, bella, bellissima, forse la tipica cravatta che regalerebbe una donna, ma ancora non riesco a immaginare un uomo che la sappia portare davvero bene. In attesa di decidermi, la guardo e mi lascio ipnotizzare dai suoi fiorellini.

IL FASCINO E IL MITO DELL’ITALIA DAL CINQUECENTO AL CONTEMPORANEO

23 aprile – 6 settembre, 2015 Villa Reale di Monza

Herman Posthhumus (1536)

Lucas Cranach il Vecchio (1528)

Villa Palladio

     

Per almeno tre secoli, dall’inizio del Seicento a tutto l’Ottocento, l’Italia è stata la meta privilegiata degli aristocratici e degli uomini di cultura di tutta Europa e nel XIX secolo anche del Nuovo Mondo, in quanto il viaggio in Italia – il famoso Grand Tour – costituiva una tappa ineludibile del processo di formazione delle classi dirigenti europee.

Ad attirare non solo monumenti e opere d’arte, ma anche lo splendore del paesaggio e la dolcezza del clima, la pittoresca umanità della gente non meno della bellezza delle donne che evocava quella delle Madonne dipinte dai grandi Maestri. Si creò così il mito dell’Italia, depositato nell’immaginario collettivo dell’Europa colta.

La Mostra costituisce un progetto ambizioso e affascinante, che permetterà ai visitatori, italiani e stranieri, di comprendere come il nostro Paese sia stato vissuto e interpretato nell’epoca moderna dai più importanti artisti stranieri, che ne hanno fatto uno dei soggetti preferiti e una delle più ricche fonti di ispirazione.

La mostra rievoca la fascinazione esercitata sui grandi artisti stranieri dai nostri monumenti, dai nostri paesaggi e dalle nostre tradizioni attraverso una serie di opere esemplari, tra le quali capolavori di pittura, scultura e fotografia, concessi in prestito dalle maggiori istituzioni museali italiane e internazionali.

 

Painting The Modern Garden Monet to Matisse

Mostra alla Royal Accademy of Arts Londra

Sospesa la vendita dei biglietti per l’eccezionale affluenza dei visitatori. 17 £ a persona! Chi è quell’imbecille che ha affermato che con la Cultura non si mangia?!?

Claude Monet (1840-1926) scriveva: ” I perhaps owe it to Flowers that I became a painter.”

Attraverso la civizzazione e lungo la storia, i giardine hanno rappresentato per gli artisti una ricca fonte di ispirazione.

Mostra ricchissima di opere provenienti da musei e collezioni private di tutto il mondo.

    

REVOLUTION Russian Art 1917-!932

Interessante mostra presso la Royal Accademy of Arts – Londra

Dopo cento anni dalla rivoluzione russa questa mostra prende in considerazione uno dei periodi piu’ turbolenti e travagliati della storia russa. Dall’avvento di Lenin, alla guerra civile tra Rossi ( Comunisti ) e Bianchi ( Zaristi ) fino all’ascesa al potere di Stalin si sono cimentati vari artisti tra cui spiccano principalmente  Kazimir Malevich e Vasily Kandinsky. La Rivoluzione fu voluta non dal popolo, ma – come afferma Luigi Mascili Migliorini, dopo attenta valutazione dei filmati dell’epoca – da numerose frangie di disertori dall’armata rossa.

L’ arte e’ fortemente condizionata dalla politica che pretendeva la raffigurazione dell’ ideologia comunista. Inizialmente un’ avanguardia di artisti abbraccio’ la Rivoluzione, ma poi gli stessi vennero condannati dalle autorita’ Sovietiche, che imposero uno stile facilmente comprensibile dalle masse.

Dopo la morte di Lenin 1924, Stalin punto’ all’espansione della produzione industriale e conseguentemente gli artisti furono incoraggiati a promuovere l’ industria ed a magnificare i super eroi ovvero gli stakanovisti. Di fatto molti lavoratori furono ridotti in schiavitu’ e gli scioperanti o lavoratori fiacchi vennero giustiziati. Migliaia morirono per assideramento o incidenti sul lavoro.

In agricoltura fu introdotta la collettivizzazione. Per protesta agricoltori disperati distrussero le scorte e gli strumenti di lavoro. Malevich dipinse agricoltori felici che sorridevano guidando il loro trattori. Di fatto milioni di contadini persero la vita.

Fu abolita la proprieta’ privata, nazionalizzata l’industria  e chiuse le principali banche.

Finalmente nel 1921 Lenin varo’ un piano quinquennale liberalizzando nuovamente la vendita dei prodotti agricoli, il commercio privato e l’economia comincio’ a riprendersi.

Nel 1928 Stalin pero’ tese alla piena industrializzazione del paese attraverso il totale monopolio statale. L’ esaltazione dello sport avrebbe garantito la grandezza della nazione e assicurato la salute del corpo. L’arte fu quindi soffocata dalla stretta censura esercitata dall’Unione degli artisti Sovietici

Lo Stupore e la Luce Bellotto e Canaletto Gallerie d’Italia – Piazza Scala, Milano –

 

Bellotto Il Canal Grande verso sud, dai Palazzi Foscarie moro Lin fino a santamaria della Carità (1738)

Canaletto. Il Canal Grande con il pontedi Rialto da Sud, Venezia 1740.

Canaletto

Bellotto La Piazza San Marco, Venezia (1742-1743)

Gennaio 2017

Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, mostra a cura di Boẑena Anna Kowalczyk, porta cento opere tra dipinti, disegni e incisioni – un terzo delle quali mai esposte prima in Italia – alle Gallerie d’Italia a Milano.

Il progetto espositivo è dedicato al genio pittorico e all’intelligenza creativa di due artisti di spicco del Settecento europeo: Antonio Canal, detto “Il Canaletto”, e suo nipote Bernardo Bellotto, infatti, seppero trasformare il vedutismo veneziano da genere peculiare a corrente d’avanguardia che caratterizzò quel periodo.

Non è certo la prima volta che la pittura italiana tratta, oltre ai temi tradizionali, quello della veduta naturale. Basta pensare ai paesaggi senesi di Ambrogio Lorenzetti, dove tuttavia, più che panorami, si può parlare di cartografie còlte a volo d’uccello, nel Seicento i paesaggi appaiono idealizzati, classicheggianti, o, meglio, “eroici”; ma il senso della natura (come luogo in cui l’uomo vive) e della città (come ambiente sociale) è piuttosto insito nella concezione rinascimentale, fiorentina e in generale veneziana in particolare ricordando le ambientazioni cittadine di Gentile Bellini e (ancor più significative) del Carpaccio; si ricordino quelle naturalistiche di Giovanni Bellini e del Giorgione, a cui si possono aggiungere quelle di Tiziano e di Sebastiano del Piombo.

Ma in tutti questi casi, la città e la natura, sebbene assumono nel quadro un ruolo non secondario, servono come scenari per il fatto narrato dal pittore. Ѐ soltanto nel Settecento che la ‘veduta’, indipendentemente dalla presenza attiva dell’uomo, diventa protagonista. Il ‘vedutismo’, più che altrove, si sviluppa a Venezia, sia per il passaggio di numerosi visitatori stranieri che desiderano portare con sé il ricordo di ciò che hanno visto, sia per le richieste di chi, non potendo affrontare un lungo viaggio, vuole almeno vedere riprodotti luoghi tanto famosi, sia, infine, per la naturale inclinazione veneziana alla vita pubblica collettiva e per l’interesse pittorico che può offrire una città costituzionalmente permeata di colore.

Il vedutismo settecentesco ha due filoni principali: l’uno si dedica al paesaggio di fantasia o ‘capriccio’, ossia dipingere un paesaggio totalmente inventato, o, più spesso, costituito da elementi reali tratti da luoghi diversi e mescolati liberamente e risponde perciò alle esigenze del ‘pittoresco’; il secondo, invece, preferisce riprodurre oggettivamente la realtà ed è quindi più direttamente influenzato dalle teorie illuministe.

Questa seconda corrente ha un percussore in Gaspar Van Wittel che operò principalmente a Roma, ma che durante un soggiorno a Venezia (1694), aveva disegnato immagini della città, successivamente tradotte in pittura, comprendendone sempre il valore atmosferico lagunare. Si può perciò affermare che Van Wittel inaugura virtualmente la storia della veduta veneziana del Settecento, stabilendone l’impostazione visiva e individuando, per primo, punti di vista che il Canaletto rese famoso.

Quindi dopo Van Wittel e Luca Carnevalis (Udine, 1663 – ivi 1729), il primo importante vedutista veneziano è Antonio Canal, detto il Canaletto (Venezia, 1697 – ivi, 1768), che dopo aver iniziato la sua attività insieme al padre come scenografo teatrale, “annoiato della indiscretezza de’poeti drammatici” – annota uno storico contemporaneo – “scomunicò solennemente il teatro”, recandosi a Roma, dove conobbe probabilmente Van Wittel, e, tornato a Venezia, si mise a dipingere immagini della sua città, raggiungendo grande fama.

Le vedute di Canaletto sono scrupolosissime. Anzi, per ottenere maggiore verità di quanta non possa restituirla l’occhio umano, si serviva, come tutti gli altri vedutisti, di uno speciale apparecchio. La ‘camera ottica’, uno strumento (conosciuto fin dai tempi antichi) che, similmente alla ‘camera oscura’, facendo passare i raggi della luce attraverso un forellino all’interno di una scatola, permette di proiettare l’immagine della realtà sulla superficie opposta, dove appare capovolta e sfocata; raddrizzata e resa nitida con opportune lenti e specchi, questa immagine, riflessa su uno schermo di carta oleata o su vetro smerigliato, veniva ricalcata a disegno dall’operatore (in mostra è visibile un esemplare dell’epoca).

Le vedute del Canaletto non sono immagini anonime riprodotte ad uso dei turisti. Il pittore, attraverso i tòcchi che sintetizzano le forme degli uomini e il lieve moto ondoso delle acque scintillanti al sole, attraverso le macchie di colore e, soprattutto, attraverso la luce, rende il valore atmosferico della città, la mobilità dei riflessi, la continuità della vita nei suoi molteplici aspetti e riesce a restituirci Venezia, nei suoi luoghi, celebri o no, animati da poche o da molte persone, in momenti qualsiasi o in giornate di festa.

Bernardo Bellotto (Venezia 1721 – Varsavia, 1780), figlio di una sorella del Canaletto, iniziato alla pittura dal celebre zio, se ne distacca gradualmente spostando il suo interesse dalle vedute veneziane a quelle della terra ferma, in Italia e, successivamente, all’estero, ricercatissimo per documentare immagini di Dresda, di Monaco, di Vienna, di Varsavia.

Più di Canaletto, il Bellotto ricerca la verità, la precisione, il dettaglio, servendosi della ‘camera ottica’ e raggiungendo una tale esattezza che, quando i polacchi, al termine dell’ultima guerra mondiale (1939-1945), ricostruirono con amore Varsavia, selvaggiamente distrutta dagli eventi bellici, si serviranno non di fotografie (apparentemente tanto più fedeli alla realtà), ma delle vedute del Bellotto.

Le immagini del quale, invece che nella morbida luminosità veneziana dello zio, vivono in un’atmosfera fredda, limpida, immobile, che rende ogni dettaglio netto e tagliante, con un’intonazione verde-grigia, giustificata dalla realtà climatica delle pianure europee centro-settentrionali, ma non quando la usa per i paesaggi italiani.

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Pietro Paolo Rubens e la nascita del Barocco

Samson et le lion 1628

Mostra molto ben curata e con dovizia di opere (ca 40).
L’artista e’ stato considerato semplicemente “fiammingo”, nonostante il suo soggiorno in Italia dal 1600 al 1608 lasci un segno indelebile nella sua pittura , che rimarrà vitale in tutta la sua produzione artisctica. A lui si devono i primi segnali della nascita del Barocco. Si e’ ispirato ai grandi del Rinascimento come Tintoretto e Correggio influenzando Bernini e Luca Giordano. La curatrice della mostra ha affiancato alcune opere di quest’ultimo a quelle del Maestro.
Spesso davanti ad alcune delle sue opere si e’ colti da forti emozioni
https://www.tripadvisor.it/ShowUserReviews-g187849-d1940068-r456408545-Palazzo_Reale-Milan_Lombardy.html#

 

Manet e la Parigi Moderna Palazzo Reale Milano

55 dipinti di cui 17 di Manet e 40 opere di grandi maestri del tempo, tra cui, Cezanne, Degas, Gaugen, Monet e Renoir.

Si potrà conoscere il doppio volto di Manet (1932-1883): innovatore e tradizionalista, che rappresenta la vita moderna prendendo spunto dai grandi

maestri del passato, da Tiziano a velasquez, da Goya a Delacroiz

Berthe Morisot 1872

Lola di Valencia 1862

Il Pifferaio 1866